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Gorizia, una moria di produttori di mobili nel regno di Ikea

Nell’Isontino su 230 aziende ne sono rimaste 150. Di Giacomo (Feneal-Uil): «La flessione continua»

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Fasi di lavorazione del legno in uno stabilimento industriale 

TRIESTE Non solo dolciario. Nella terra di Ikea continua ad agonizzare anche il settore del legno. Bastano pochi numeri per inquadrare la crisi di un comparto ancora in ginocchio.

Otto anni fa, c’erano 230 aziende nell’Isontino. Ne sono sopravvissute circa 150, nella maggior parte dei casi quelle più piccole. E quel che è peggio è che non si intravvede ancora la luce in fondo al tunnel.

Le riflessioni dei sindacati «L’andamento del settore legno? Continua la flessione», sottolinea senza troppi giri di parole Andrea Di Giacomo, segretario provinciale Feneal-Uil mentre traccia un bilancio a tinte fosche di quello che era uno dei settori economici trainanti, assieme al dolciario.

Gli anni Novanta videro una netta crescita dell’occupazione nel comparto, come peraltro è accaduto nel distretto della sedia in provincia di Udine, grazie alle ottime performance ottenute sui mercati esteri.

Gli anni più recenti sono stati, invece, caratterizzati da una tendenza opposta e, com’è noto, una delle principali cause della situazione di grave difficoltà occupazionale, peraltro comune ad altri settori produttivi, è la forte concorrenza dei produttori asiatici.

«L’unica azienda di una certa consistenza che funziona bene è la Ilcam. Per il resto, c’è ben poco da sorridere - annota Di Giacomo -. L’ultimo caso è stato quello della Mibb di Cormòns: è fallita e sono trentacinque i dipendenti oggi in mobilità. Si è cercato sino all’ultimo di individuare nuovi acquirenti e garantire continuità all’azienda ma, alla fine, tutto è naufragato. Le cose non sono andate come speravamo».

Ma l’elenco delle aziende morte prematuramente, purtroppo, è lungo. Non ci sono più la Calligaris di Cormòns, la Codognotto, la Sit-On Components, la Marcon, la Marcatré e la Italsvenska: aziende, queste ultime, che si trovavano tutte a Mariano del Friuli e oggi sono tristemente chiuse.

«Diciamolo apertamente: in provincia di Gorizia del settore legno - aggiunge Di Giacomo - è rimasto ben poco. Rimangono in attività piccole unità produttive, molte volte a conduzione familiare e con un numero limitato di dipendenti».

Non che la situazione sia migliore in provincia di Udine, proprio ai “confini” con l’Isontino. Anche là il settore del legno sta continuando a vivere una stagione di grande difficoltà, basti pensare alla “desertificazione” che ha colpito il Triangolo della sedia.

I dati sembrano parlare molto chiaramente: sta sopravvivendo solo chi esporta e si tratta della minoranza delle aziende, soprattutto quelle di medie e grandi dimensioni. E questo non è più un fattore di “traino” per la filiera intera che combatte con nuovi concorrenti favoriti dal basso costo della manodopera e con minori vincoli sulla normativa ambientale.

Le speranze di una ripresa Ma c’è una concreta speranza di ripresa? Insomma, si può essere ottimisti. «Credo di sì. Credo che il comparto possa recuperare posizioni», sottolinea il segretario della Feneal-Uil. Come? Fornendo un supporto alle imprese di piccole dimensioni che non sono strutturate per affrontare i mercati esteri, attraverso aggregazioni e reti di impresa. E poi mettendo in campo investimenti mirati e una scelta chiara di politica industriale che dica c’è voglia ancora di puntare sul tessuto produttivo del legno-arredo in Italia.

E chiudiamo ora con la “geografia” del comparto. Oltre la metà degli addetti del settore si concentrano nei due Comuni di Mariano del Friuli e Còrmons che, di fatto, oltre a rappresentare una contiguità territoriale con il distretto friulano della sedia, possiedono anche un livello di specializzazione produttiva nel comparto del mobile-arredo analoga ai suddetti Comuni della provincia di Udine.

Gli altri Comuni che fanno registrare un significativo numero di sedi produttive e di addetti sono - invece - Gorizia, Gradisca d’Isonzo, Monfalcone e Ronchi dei Legionari.

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