A Trieste uno studente su quattro non arriva alla laurea

Studenti davanti alla scalinata di piazzale Europa

Fermeglia, durante l’audizione in Regione, denuncia l’alto tasso di abbandono. L’udinese De Toni dà man forte e sollecita un maggior impegno della giunta

TRIESTE. Dati da brivido. Sono quelli del sistema universitario del Friuli Venezia Giulia, costretto suo malgrado a vivere una fase di profonda difficoltà, in perfetto allineamento con quella di tutta l’accademia italiana. La fotografia è imbarazzante e richiede una brusca sterzata per non andare a sbattere: altissimi livelli di abbandono, meno docenti e sempre più anziani, innesti di forze nuove col contagocce, riduzione del numero di laureati e dottorandi, scarsa garanzia di diritto allo studio.

Simbolo della crisi è il tasso di abbandono che in Italia raggiunge il 45% degli iscritti: un dato che in Friuli Venezia Giulia è attenuato ma pur sempre allarmante. Più di uno studente su quattro, il 26,5%, non finisce gli studi all’ateneo triestino. L’altro nodo è quello del reclutamento, con una fuga di cervelli, visto che i giovani studiosi cercano all’estero possibilità di carriera che in Italia appaiono inesistenti. Una scelta obbligata anche in Fvg, quartultimo nel paese per numero di ricercatori a tempo determinato, rispetto al numero dei professori.

In audizione davanti alla sesta commissione del Consiglio regionale, il rettore dell’Università di Trieste, Maurizio Fermeglia, sottolinea che l’abbandono riguarda da una parte i diplomati che scartano l’iscrizione e dall’altra le matricole che lasciano dopo i primi anni: «L’Italia ha il 22% di laureati, contro il 33% della media Ocse. Siamo agli ultimissimi posti». E intanto gli iscritti calano, perché diminuisce la popolazione giovanile e «perché l’Italia spende 160 milioni per il diritto allo studio, mentre la Germania un miliardo e non fa pagare le tasse a nessuno studente».

A Trieste gli iscritti sono oltre 15mila, di cui un terzo fuori corso: l’anno passato erano mille in più. Fermeglia lamenta «servizi agli studenti insufficienti per scarso finanziamento da parte dello Stato» e invita la Regione a dare una mano, «incentivando corsi interateneo, migliorando i trasporti fra Trieste e Udine, omogeneizzando i regolamenti dei due atenei». Chi decide di provarci e infine lascia sconta spesso la scarsa preparazione accumulata alle superiori, fattore che «richiede l’attivazione di precorsi in varie materie, che tuttavia possono poco se chi arriva fatica perfino a scrivere in buon italiano», spiega il rettore. Scarsa più in generale la fiducia nelle opportunità garantite dalla laurea, nonostante le statistiche dimostrino che i laureati finiscano poi per avere stipendi più alti. «Non attirano inoltre - ragiona Fermeglia - metodologie didattiche obsolete, dovute all’invecchiamento della classe docente: così si preparano gli studenti a professioni che fra pochi anni non esisteranno». Non va meglio sul fronte dei giovani ricercatori. Secondo il rettore, «il sistema regionale soffre il capestro del blocco del turnover: non cura dimagrante, ma anoressia. Gli spazi sono scarsi e influenzati da centri di potere accademico: servono risorse per nuovi ingressi e per far avanzare i già assunti, ma è difficile con fondi in costante riduzione e con la scarsa propensione a investimenti privati». L’effetto è avere soltanto 37 ricercatori a tempo determinato, mentre sono 22 i nuovi ingressi previsti prossimamente.

Il rettore dell’Università di Udine, Alberto Felice De Toni, ritiene che «le difficoltà di occupazione future non motivano l’ingresso; inoltre si fa troppo poco per il diritto allo studio e andrebbe riformato il ciclo medie-superiori». Ma il problema sta nelle risorse statali, «se la spesa italiana per l’università diminuisce e quella tedesca cresce del 20% nonostante la crisi». E così in pochi anni i corsi di dottorato a Udine si sono dimezzati e gli assegnisti sono passati da 245 a 137. Non manca un attacco di De Toni alla giunta: «Avevamo parlato con Debora Serracchiani per mettere in campo progetti a Gorizia e Pordenone. Non se n’è fatto niente. E sull’edilizia universitaria siamo fermi da tre anni. Il Fvg ha un sistema della ricerca importantissimo, ma manca un piano regionale che metta assieme le cose e leghi università e ospedale». De Toni comunque non ritiene - e Fermeglia annuisce - che «si debba giungere a una fusione tra i due atenei: l’università unica non sia un mantra e si mettano invece in campo autonomia e cooperazione».

Il presidente della commissione, Franco Codega (Pd), ritiene che «i trend regionali sull’abbandono universitario sono preoccupanti. Il Fvg, in linea con l’Italia, ha il numero di laureati più basso in Europa. Il paese investe troppo poco, ma la Regione ha fatto un ottimo sforzo, passando, dal 2015 al 2016, da 14 a 17 milioni investiti nel sostegno al sistema universitario. Servirebbero ulteriori risorse».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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