Gli operai Wartsila: «Mesi contati per tutti»

Gli operai Wartsila all'uscita dello stabilimento

All’uscita dai cancelli paura e rabbia: «Non si fermeranno ai 90 esuberi»

TRIESTE. «Chiunque sa che Wärtsilä è un’isola felice, si lavora e si guadagna bene». Luca Paiero, 29 anni, dal 2008 operaio nella sezione “testing” del reparto Ricerca&sviluppo (R&s) della Wärtsilä, sa che deve iniziare a usare l’imperfetto. Perché quella certezza che aveva nei mesi scorsi, quel respiro di sollievo che finalmente aveva tirato perché vedeva una situazione rosea di fronte a sé tanto da fare un mutuo pochissimo tempo fa, non ci sono più. Una compagna, una bambina di quasi due anni e una in arrivo gli fanno capire che non può «restare senza lavorare nemmeno un giorno» e per questo ha già iniziato a scaricare i moduli per spedire curricula e a rispolverare vecchie conoscenze che gli diano una mano. Dopo la notizia dei 90 esuberi in programma, circa il 10% dei lavoratori della Wärtsilä di Bagnoli della Rosandra, esuberi che dovrebbero colpire i reparti R&s e “propulsion”, gli operai vedono svanire tutti i loro progetti di vita in un secondo.

Ieri c’era l’assemblea sindacale. Mentre escono dalla fabbrica, a fine turno, sulle loro facce si leggono paura, preoccupazione, sbigottimento, avvilimento, ma anche tanta rabbia nei confronti di un management straniero e italiano da cui si sentono considerati «ormai semplici numeri». «Abbiamo sempre lavorato bene, proprio perché c’era un clima ottimo - racconta Paiero -. Negli ultimi tre anni abbiamo fatto di tutto per l’azienda, lo scorso anno abbiamo anche ricevuto un riconoscimento per non aver subìto nemmeno un infortunio e nel nostro reparto rischiamo cinque volte più degli altri di farci male. Cercano di inculcarti dei valori, per la nostra “corporation” devi essere incorruttibile, noi diamo il massimo e invece alla prima occasione riceviamo un calcio. È demoralizzante. Verso la “corporation” infatti c’è proprio odio. E lo si respira dentro».

Il sentimento negativo si aggiunge alla tensione che si percepisce in azienda, dove la motivazione di lavorare è stata sostituita, raccontano gli operai, «da una svogliatezza generale mista alla delusione». «Ci sentiamo come se avessimo la pistola puntata alla tempia - spiega Ricky, smarrito, da cinque anni in R&s dopo cinque passati in “propulsion” - . Non si lavora più volentieri, non sapendo nemmeno una data in cui dovremmo andare via». Anche Ricky ha attivato un mutuo da pochissimo. «Semmai ci fosse una liquidazione, che per me sarebbe di 10-15mila euro, la terrei da parte per pagare il mutuo finché non trovo un nuovo lavoro, ma è difficile, ho 49 anni, ho fatto il meccanico prima di entrare qui, ma ora nelle officine cercano persone giovani». «L’unica preoccupazione dei piani alti è come mandare avanti il lavoro nei prossimi mesi mentre ci accompagnano alla porta - racconta Enrico, con il morale a terra, 41 anni, in Wärtsilä da 12 e un mutuo in piedi da 10 - perché hanno compreso che non c’è motivazione nella gente».

Ad aggiungere timori su timori l’uscita del capo-azienda italiano, Sergio Razeto. «Era lui che si batteva per noi - dice Marco Milocchi, quarantenne con un bambino di 10 anni e una moglie che lavora nel settore privato, anche lei sull’orlo del licenziamento -, ora invece sono arrivati nuovi responsabili, esecutori che non lottano per noi, obbediscono e basta». Se gli operai del reparto R&s rischiano il posto più di tutti, anche gli altri lavoratori hanno capito che potrebbero avere gli anni, o forse i mesi contati, «perché uno stabilimento del genere senza il settore di ricerca, come aveva già previsto Razeto nel 2011, non ha senso di esistere perché non potrebbe competere con altri Paesi» chiosa David Brescia del reparto pre-montaggio, 33 anni, da 10 a Bagnoli, e appena diventato papà.

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