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«Noi lavoratori a voucher siamo i precari più sfruttati»

Dallo steward turistico alla barista, dalla baby sitter alla maschera teatrale lo sconforto di una generazione pagata poco con i tagliandi e molto in nero

3 minuti di lettura
La reception di un albergo 

TRIESTE. «Non ci metterai mica il mio nome o quello del posto dove lavoro, vero?». La domanda, pronunciata immancabilmente con preoccupazione, arriva puntuale alla fine di ciascuno degli incontri o dei colloqui con alcuni lavoratori a voucher del Friuli Venezia Giulia. Spesso uomini e donne sotto i quarant’anni, non si tratta solo di ragazzi alle prime armi, e in molti settori l’età è anche più alta. Lavoratori lontani dall’immaginario del bracciante agricolo stagionale cotto dal sole per cui i buoni lavoro sono nati qualche anno fa.

Vittime di precarietà – questa sì a tempo indeterminato – che si portano addosso un senso di ingiustizia che li insegue per tutta la giornata, da quando escono di casa a quando ci tornano con i buoni in tasca. Lavoratori frustrati per un titolo di studio non valorizzato o per la svalutazione di un’esperienza costruita negli anni, eppure assimilata a ogni nuovo incarico a quella dell’ultimo garzone di bottega. Confessioni a cuore aperto, chiuse sempre dal timore di farsi individuare dal datore di lavoro, e aggiungere così problemi ai problemi.

Con i buoni, Marco, 30 anni, ci ha lavorato «decisamente troppo. Quando ho fatto lo steward per l’agenzia del turismo regionale le cose sono andate bene, ma dipende da chi usa questo strumento. Vanno applicati per brevissimi periodi di attività, ma mi è capitato di lavorare anche tre mesi di seguito nella comunicazione di un grande evento e in quel caso non avrei dovuto riceverli».

Marco è amareggiato, perché con i voucher non è facile smettere: «Creano scompensi incredibili. Ti pagano così per non farti un contratto. E ci si sente male, alla canna del gas. È la flessibilità più flessibile del mondo: serve una regolamentazione e non un’eliminazione totale, ma non si possono pagare a voucher lavori che di fatto sono di tipo subordinato. Abbiamo distrutto il mercato del lavoro e costruito sistemi per facilitare l’imprenditore, senza pensare alla condizione del dipendente».

Giovanna, ricercatrice di 34 anni, ha lavorato al banco di una caffetteria triestina per racimolare qualcosa fra una borsa di studio e l’altra: «Mi pagavano metà coi voucher e metà in nero. La cosa mi è economicamente servita in quel momento, ma è un sistema sbagliato. In centro a Trieste quasi tutti i locali pagano i dipendenti coi buoni. Loro risparmiano, tu arrotondi e ti fa comodo, ma sei sottopagato, non accumuli contributi e vai incassare il tuo stipendio cambiando i ticket dal tabaccaio: una cosa svilente».

Nella ristorazione il fenomeno è ormai dilagante. Giacomo, 27 anni, fa il pasticcere a Udine, con esperienze formative di alto livello in giro per l’Italia: «Ho lavorato presso importanti alberghi e ristoranti spesso coi voucher. Con i buoni sono stato pagato per la prima volta durante una vendemmia e fin lì l’utilizzo era corretto, ma poi i tagliandi si sono sostituiti regolarmente ai contratti, anche se lavoravo per l’intera stagione. Stanno fregando i giovani e distruggendo le loro aspettative: i buoni servono a simulare che il dipendente sia tutelato, quando invece lo si retribuisce in buona parte in nero. Sei trattato come uno di serie B e le tue esperienze sembrano non valere nulla». Ora le cose si sono messe meglio e Giacomo lavora con un contratto. «Il titolare è stato comprensivo», si fa scappare. Ma poi si corregge: «Beh, ha fatto quello che doveva in effetti».

Forma mentis di una generazione per cui l’assunzione regolare appare quasi un favore dall’alto. L’augurio è che vada così anche alla giovane collega di qualche tempo fa: «Aveva 19 anni e lavoravamo nella stessa struttura: si è fatta tre mesi di stagione a 12 ore al giorno, pagata coi voucher 500 euro al mese. Il titolare dichiarava molte meno ore di lavoro: è vita questa?».

Francesca, 30 anni, ha in tasca un dottorato in materie umanistiche e sulle spalle un paio di lavori per tirare a campare. Nella vita non ha disdegnato di fare «la baby-sitter a voucher. Sempre meglio di quando faccio ripetizioni in nero». Lavora pure in una biblioteca dell’Università di Trieste inquadrata con ritenuta d’acconto occasionale dentro una cooperativa: «L’assurdo è che sia un ente pubblico a cercare di pagarti il meno possibile: altro che occasionale, io in biblioteca ci vado tutti i giorni, con una tariffa oraria perfino più bassa dei voucher».

Per Erica, 31 anni, «i buoni sono utilizzati troppo spesso fuori contesto. Da tre anni faccio la maschera in un teatro di Trieste: un’istituzione storica, ma non c’è spazio nemmeno per un contratto a chiamata, che mi garantirebbe comunque poco di più di ora. Che faccio se mi rompo una gamba e devo stare a casa due mesi?».

Germana, 36 anni, operatrice nel turismo a Lignano, vede i buoni come «una soluzione che conviene solo al datore di lavoro: in tutte le località di vacanza è una facile copertura per dichiarare il minimo e pagare il grosso in nero. Non è una bella storia: ti mettono in regola qualche ora a settimana, il resto è fuori dalle norme. Mi è successo quando lavoravo alla reception di un albergo, ma conosco cameriere sessantenni che si fanno 10 ore filate, coperte da voucher solo per un paio di ore al giorno. Il sistema è generalizzato: l’anno scorso ho cambiato lavoro e in due terzi dei casi mi hanno offerto solo pagamenti coi buoni. Vogliono essere liberi di chiamarti quando c’è bisogno, ma così ne risente la qualità del servizio». E pure quella della propria vita sbilenca, di tagliando in tagliando.

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