L’eccidio di Opicina e la drammatica fuga del superstite Stevo

Settantadue anni fa i nazisti fucilarono al Poligono 71 persone A salvarsi un unico ostaggio. Oggi la rievocazione della strage

Settantadue anni fa anche Trieste ebbe le sue Fosse Ardeatine al Poligono di Opicina e a palazzo Rittmeyer. A Opicina il 3 aprile del 1944 furono trucidate 71 persone: militanti antifascisti e partigiani italiani, sloveni, croati, rastrellati a Trieste e in altri centri della regione. Quell'eccidio fu la risposta dei nazisti a un attentato di qualche giorno prima al cinema della località carsica, che aveva causato la morte di sette soldati tedeschi.

Le vittime erano di tutte le estrazioni sociali, in gran parte giovani: uno aveva 16 anni, cinque ne avevano 17, tre 18 e numerosi altri tra 19 e 24 anni, mentre il più anziano ne aveva 60; tra loro una ragazza di vent'anni. Provenivano da Monfalcone, Trieste, Pola e altre località dell'Istria, dalla valle del Vipacco e dalla zona di Fiume e del Quarnero.

Venti giorni dopo, il 23 aprile, 51 ostaggi furono impiccati lungo la scalinata di palazzo Rittmeyer (oggi sede del Conservatorio Tartini) per un analogo attentato compiuto dagli stessi partigiani che avevano agito a Opicina. Si trattava di un gruppo di azeri i quali, costretti a combattere con i nazisti, erano arrivati nelle nostre zone, avevano disertato, e si erano uniti ai partigiani jugoslavi. Nel solo mese di aprile del 1944 a Trieste vi furono 122 vittime, uccise dai tedeschi in una dinamica simile all'eccidio delle Fosse Ardeatine. Le salme dei prigionieri uccisi a Opicina furono portate il giorno seguente alla Risiera di San Sabba; si trattò delle prime vittime bruciate nel forno crematorio costruito dai nazisti.

Ma uno dei 72 ostaggi si salvò dall'eccidio. Si tratta di Stevo Rodic, classe 1924, che vive a Belgrado. La sua testimonianza comincia dal mattino del 3 aprile quando lui ed altri detenuti al Coroneo furono caricati su due camion coperti. Quelli che conoscevano la zona capirono, attraverso i buchi del telone, che stavano andando a Opicina. Li fecero scendere un po' fuori dal paese e li fecero schierare un più file. Alcuni piangevano, altri gridavano "A morte il fascismo", "Libertà ai popoli", "Viva i partigiani", "Viva Stalin". Cominciò la sparatoria. Caddero gli uni sugli altri. A terra Stevo si accorse di respirare e che il sangue che scorreva sul suo viso non era il suo: era vivo. I tedeschi si avvicinarono ai caduti per dare il colpo di grazie a coloro che si lamentavano. La pallottola destinata a un compagno lo colpì a una gamba. I tedeschi ricevettero l'ordine di rimanere di guardia fino all'arrivo dei camion per il trasporto delle salme. Si fece notte e quando una nube oscurò la luna, Stevo colse l'occasione per allontanarsi.

Arrivò alla ferrovia, strettamente sorvegliata, e dopo un giorno e due notti di attesa incontrò un ragazzino che, nonostante si fosse spaventato vedendolo insanguinato e lacero, lo indirizzò nel posto giusto e finalmente Stevo riuscì a oltrepassare i binari e si ritrovò nella boscaglia. Udendo dei colpi di ascia si avvicinò ai taglialegna che parlavano sloveno. Dopo aver raccontato loro la sua storia, chiese indicazioni per unirsi ai partigiani.

Le testimonianze della gente del posto e quelle di Stevo Rodic hanno permesso che venisse ricostruita questa strage, che verrà rievocata oggi alle 15 al monumento vicino al Poligono di Opicina, da Anpi, Aned e Anppia. Parleranno i poeti Roberto Dedenaro (in italiano) e Ace Mermolja (in sloveno) e la scrittrice Melita Richter in lingua croata.

La commemorazione sarà anche l'occasione per ricordare alle autorità l'annoso problema del monumento ai cinque condannati a morte dal Tribunale Speciale e fucilati al poligono di Opicina, che è ancora sotto chiave (anche se ultimamente ci si sta avviando alla soluzione del problema per merito del Comune e della Prefettura) nonché per ricordare la richiesta di trasformare tutto il complesso monumentale in un parco della pace.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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