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Monfalcone, nuovi licenziamenti e sciopero in Porto

Senza lavoro dal 1° maggio anche i 4 addetti al trasporto ferroviario. Bordate dei sindacati contro la Regione

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I binari del Lisert per il trasporto dei vagoni all’interno del Porto (foto Bonaventura) 

MONFALCONE Salgono da 9 a 13 i licenziamenti nel porto di Monfalcone. Dopo la Compagnia portuale, ad annunciare di essere costretta a mettere in mobilità i suoi 4 addetti la Coracfer, attraverso il titolare Franco De Piccoli, che assieme alla stessa Compagnia portuale gestiva la manovra ferroviaria sul raccordo che collega il porto alla rete ferroviaria. Ma si va verso lo stato di agitazione in porto, con manifestazioni, blocchi e scioperi. Oggi i dettagli della protesta.

Si concretizzano dunque le previsioni e le conseguenze negative dopo l’entrata in scena di una nuova società logistica che, vinta la gara bandita dalla Regione, dovrà subentrare nella gestione del raccordo ferroviario. Una gara iniziata malissimo, con un solo concorrente, e finita peggio con il licenziamento degli attuali lavoratori impiegati nella manovra e che, per la mancata clausola di salvaguardia di professionalità e posti di lavoro, non obbligherà la nuova società ad assorbire gli addetti rimasti in strada.

Il sindacato, ancora una volta, accusa la Regione. «Non hanno inserito la clausola di salvaguardia - punta il dito il segretario della Fit-Cisl, Roberto Simeon - ed è lo stesso film a cui stiamo assistendo a Pordenone dove in una gara, sempre per una gestione logistica, ma in questo caso del magazzino e della distribuzione dei farmaci, la Regione non ha inserito la stessa misura per salvaguardare i lavoratori. Senza contare che la cooperativa che subentra adotterà trattamenti salariali con notevoli tagli».

Un «pasticcio» confermano gli stessi sindacati visto che a Monfalcone la società che ha vinto è partita con un prezzo assolutamente fuori mercato per la gestione del raccordo (oltre 80 euro a carro), poi ribassato (a 42 euro) sollevando grandi preoccupazioni tra gli operatori portuali, per primi Compagnia portuale e Coracfer, visto che finora il servizio è stato portato avanti in maniera “economica” sul filo della perdita ma gestito “in proprio” dagli stessi operatori che fanno anche le imprese portuali.

Senza contare i dubbi sulla solidità di un’azienda di cui non si sa molto, che ha solo una sede di rappresentanza in Friuli Venezia Giulia e che pare abbia un capitale sociale risicato. La nuova società subentra a Compagnia portuale e Coracfer dal primo maggio, la festa dei lavoratori che paradossalmente per i 13 portuali diventerà il primo giorno della mobilità.

Questioni di cui si è parlato a lungo ieri durante il secondo incontro tra sindacati e Compagnia portuale nella sede di Confindustria Venezia Giulia a Ronchi dei Legionari e dove oltre alle Rsu della Compagnia c’erano Simeon e il collega, segretario della Filt-Cgil, Valentino Lorelli. E nemmeno ieri è giunta ai sindacati la comunicazione di un incontro con la Regione che dovrebbe fungere da Autorità portuale.

«È dal 25 febbraio che attendiamo un incontro urgente con la Regione - aggiunge Simeon - abbiamo inviato ben due richieste, ma per ora non è arrivato nulla di ufficiale. Ufficiosamente ci hanno fatto sapere che la data potrebbe essere il 30 marzo, ma non ci sono conferme. Noi sappiamo soltanto che dal primo maggio la Compagnia portuale assieme alla Coracfer devono lasciare un servizio che avevano garantito fino ad oggi. La gente protesterà contro le aziende per chiedere una marcia indietro, ma in realtà la rabbia è verso la Regione che ha permesso questa situazione».

E ieri sia Lorelli sia Simeon, nell’incontro durato tutto il pomeriggio, hanno cercato di fare recedere la Compagnia portuale dalla decisione di mettere 9 persone in mobilità e studiare forme di ricollocamento. «Di quei nove lavoratori solo alcuni (sei, ndr) erano specializzati nella manovra ferroviaria - conclude il segretario Fit-Cisl - e quando non c’era da lavorare sul raccordo erano impiegati in altri compiti».

Ma la Compagnia portuale ha spiegato che oltre ad essere stata costretta a lasciare il servizio ferroviario ci sono i nodi legati al fatturato che non cresce, all’ingresso di un quinto operatore (nonostante la protesta delle altre imprese) e al probabile trasferimento a San Giorgio di Nogaro del traffico di bramme dopo lo scavo del canale di ingresso. Uno dei principali business della Compagnia portuale oltre che primo traffico nel porto di Monfalcone.

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