La frontiera dei trafficanti d’uomini dove inizia l’odissea della “Balkan route” FOTO E MAPPA

Tutte le tappe e gli ostacoli dall’isola avamposto d’Europa da dove i profughi si mettono in cammino dopo aver pagato migliaia di dollari per poter attraversare l’Egeo. «E indietro non si torna»

«Indietro non si torna, andiamo in Germania». Lo dice e ci crede, il siriano Haman, passeggiando sul fronte del porto di Mitilene. Parla mentre è in attesa di salire sul traghetto El Venizelos, in partenza al tramonto in direzione Atene.

L'uomo, sui quarant'anni, è sbarcato da meno di un giorno sull'isola di Lesbo, avamposto greco a dieci chilometri in linea d'aria dalla Turchia, prima tappa sul suolo europeo per lui e per decine di migliaia di altri prima di lui. Arriva dalla zona di Aleppo, lo accompagnano moglie e due figli. Ha già viaggiato per 1.500 chilometri, ha pagato quattromila euro ai trafficanti solo per far attraversare ai suoi cari l'Egeo. Haman che è uno degli oltre 130mila profughi sbarcati da inizio anno a Lesbo, Chio, Samo, Rodi, nella minuscola Farmakonisi. Secondo l'Unhcr, il 22% erano donne, il 38% bambini. La loro odissea non è però finita. Ma cosa li aspetta, nei prossimi giorni, lungo la “Balkan Route”?

Via dalla Grecia La tappa iniziale della “via crucis”, prima di essere instradati sulla linea rossa che solca Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia per approdare in Austria, è quella della registrazione in uno degli hotspot sulle isole greche. Come quello di Moria, sull'isola di Lesbo, dove tra container bianchi si snodano code chilometriche di persone che attendono di essere interrogate dalla polizia greca e dagli agenti Ue di Frontex. Lì tutti aspettano per ore, all'aperto. A Moria è già evidente una divisione-chiave. Siriani e iracheni vengono subito separati dai profughi di altre nazionalità, quelli che ormai sulla rotta balcanica hanno zero possibilità di andare avanti perché considerati migranti economici. Questi ultimi sono il 41% dei profughi arrivati in Grecia a febbraio, secondo calcoli dell'Onu.

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Gevgelija, la porta della Rotta La vera selezione avviene però tra Idomeni e Gevgelija, prima cittadina in Macedonia dopo il confine greco, ormai unico punto di ingresso “legale” sulla Balkan Route, il collo di bottiglia che sta bloccando oltre 12mila migranti dall'altra parte del confine, a Idomeni, dove una «crisi umanitaria è imminente», ha lanciato l'allarme l'Unhcr. Così hanno deciso Austria e Paesi balcanici il 18 febbraio, a Zagabria. Da Gevgelija filtrano poche centinaia di profughi al giorno. E - almeno ufficialmente - passano solo siriani e iracheni, al termine di interrogatori sommari da parte di poliziotti austriaci e cechi, guardati con diffidenza dai colleghi macedoni, meri osservatori. Per i migranti, durante l'interrogatorio, l'unica risposta corretta per passare la frontiera ora è «guerra». Se per sbaglio menzionano altre ragioni che li spingono a raggiungere l'Ue - come «riunificazione familiare» o «evitare il servizio militare» in zone di conflitto - vengono subito rispediti in Grecia.

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Siriani e iracheni, non si passa Coloro che non vanno più avanti sono gli afghani, non più considerati profughi di guerra; «ma ancora sperano che il confine si riapra, sono disperati», spiega Maria, una operatrice di Medici Senza Frontiere in Grecia. Abbattuti sono però anche tanti siriani e iracheni. Teoricamente, provenendo da Paesi in conflitto, hanno il diritto di procedere. Ma per molti non è più così. La polizia macedone - lo stesso accade anche in Croazia e in Serbia - ha iniziato a controllare i loro passaporti in cerca di timbri e visti turchi e iraniani. Se i timbri provano che i profughi hanno trascorso più di un mese in "Paesi terzi sicuri", come Turchia e Iran ma anche in Grecia, viene loro negato il diritto di varcare la frontiera. «Dovevate chiedere asilo quando eravate là, ora tornate indietro», intima loro la polizia.

Respingimenti arbitrari I pochi, al massimo 5-600 al giorno, che dalla Macedonia riescono a proseguire verso nord incontrano altri ostacoli. Ogni giorno dai treni che trasportano i profughi verso l'Austria, al confine serbo, a quello croato, a quello sloveno, a decine vengono fatti scendere e respinti, con assoluta arbitrarietà, da agenti dei diversi Paesi. «Sul terreno, possiamo confermare che c'è grossa incertezza per quanto riguarda i rifugiati e i migranti. L'accordo del 18 febbraio ha in teoria introdotto dei criteri comuni, ma in realtà la loro applicazione dipende troppo dalla discrezionalità dei singoli organi che li attuano», spiega Massimo Moratti, Protection Programme manager del Danish Refugee Council in Serbia. Per esempio, continua Moratti, «se un rifugiato è riuscito a passare il confine greco macedone e ha rispettato le procedure, non ci sono garanzie che i poliziotti sloveni o croati lo lasceranno passare. Questo crea grandi frustrazioni nelle persone, e soprattutto grossi problemi alle autorità locali e alle organizzazioni umanitarie che devono fornire loro vitto e alloggio, oppure rimandarle al punto di partenza, cioè in Macedonia o Grecia per ottenere nuovi documenti e ricominciare il percorso da capo».

Alla mercé dei trafficanti Chi non vuole ritornare alla casella iniziale - e sono centinaia - può tentare di superare i confini illegalmente. A Belgrado sono una quarantina i profughi rifiutati da Slovenia e Croazia che bivaccano nei parchi cittadini, in attesa dell'occasione giusta per tentare di passare il confine. «Molti migranti sceglieranno alternative facendo fiorire corruzione, attività criminali e traffico di rifugiati», spiega Jelena Hrnjak, programme manager dell'Ong Atina, specializzata nella lotta al traffico di esseri umani. «Ma la cosa che ci preoccupa di più» è che i maggiori controlli «mettono pressione ai trafficanti, che diventano aggressivi. Abbiamo registrato casi di abusi sessuali su migranti, violenze, estorsioni, atti crudeli anche sui minori, rapimenti», spiega Hrnjak. Anche chi tenta di entrare illegalmente in Slovenia rischia grosso. Lo sanno gli oltre quaranta migranti, tra cui alcuni siriani e iracheni, che da gennaio hanno provato a fare ingresso in Slovenia e sono stati bloccati dalla polizia. Che li ha perquisiti, multati fino a 500 euro per entrata irregolare nel Paese e rispediti al mittente.

Le nuove rotte La Balkan Route non rappresenta l'unico itinerario per arrivare in Austria. Decine di profughi hanno cercato da gennaio di aggirare la Macedonia, passando dalla Turchia alla Bulgaria per poi entrare in Ungheria via Romania o in Serbia. Quest'ultima via, soprattutto se si è afghani, è però ormai sbarrata. Brutalità della polizia bulgara a parte, ora anche la polizia serba ha cominciato ad arrestare tutti i maschi afghani che tentano di attraversare il confine, respingendoli in Bulgaria, a volte persino separando padri dal resto della famiglia. Chi invece, pagando 500 euro, prova a passare dalla Serbia all'Ungheria dopo un breve attraversamento della frontiera romena, potrebbe trovarsi di fronte soldati ungheresi armati di tutto punto, come è successo la settimana scorsa a un gruppo di profughi rifiutati dalla Croazia. Ancora deserta invece la potenziale rotta via Albania. Ma visti i numeri crescenti che si registrano a Idomeni, potrebbe essere solo la calma prima di una nuova tempesta.

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