Bambini, religione e generosità

Sorprendenti risultati da studi scientifici che comparano gli atteggiamenti tra credenti di diversi culti e non credenti. Non trascurabile la traccia genetica

«La religione è il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l'oppio dei popoli», scriveva Karl Marx nel tentativo di denunciare quello che riteneva essere un inganno crudele, che l'uomo perpetra a se stesso per difendersi dal mondo reale che lo opprime. Ma se la religione ha rivestito un ruolo centrale nella storia umana e di fatto la maggioranza dell'umanità attuale ancora segue dogmi e dottrine di varia derivazione, ci deve pur essere un forte motivo biologico.

Quale sia questo motivo ce lo rivela una ricerca pubblicata questa settimana su Nature. Studiando otto diverse comunità in giro per il mondo, dalle isole Fiji alla Tanzania, praticanti religioni che vanno dal cristianesimo all'animismo, un gruppo di antropologi dell'Università della British Columbia concludono che il vantaggio biologico prodotto della religione è stato quello di favorire la socializzazione tra gruppi quando l'uomo cacciatore-raccoglitore è divenuto agricoltore. Quando la religione predica di un dio moralizzatore (ovvero preoccupato della distinzione tra bene e male), onnisciente (che conosce pensieri e azioni) e punitivo (capace di inferire dolore), ecco che le persone che vi credono sono molto più disposte ad aiutare, anche economicamente, uno straniero, a patto però che questi appartenga al medesimo culto.

Questa ricerca va di pari passo con un altro studio, presentato su Current Biology, che ha invece presentato il rovescio della medaglia dello stesso concetto. Valutando il comportamento di 1100 bambini provenienti da sei Paesi diversi e comprendenti musulmani, cristiani e non religiosi, questa ricerca ha mostrato come l'essere religiosi correla in maniera inversa con l'altruismo e va invece di pari passo con l'istinto punitivo. I bambini non religiosi, in parole semplici, sono più generosi con gli altri di quanto lo siano quelli credenti.

Questi tratti comportamentali sono in parte influenzati da ambiente e educazione, ma sono altresì determinati dal Dna, essendo stati selezionati dall'evoluzione. Studi condotti sui gemelli di fatto indicano che almeno il 40-50 per cento dell'istinto religioso è ereditabile geneticamente. Qualche anno fa, il genetista Dean Hamer, nel suo libro "Il gene di Dio", sì è spinto a indicare uno di questi geni, una variante del gene Vmat2, che normalmente regola la funzione di una delle molecole chimiche prodotte dal cervello.

Qualunque siano i geni di fatto coinvolti, rimane affascinante considerare come una vasta parte del successo della civilizzazione umana sia stato realmente nelle mani degli dei, sia che questi esistano veramente o meno.

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