Dura condanna dell’imam: "Islam? No, sono assassini" VIDEO

L’imam Abdelmajid Kinani del Centro Darus salaam (Foto Bonaventura)

Abdelmajid Kinani, leader della comunità di Monfalcone, in contatto con la polizia è preoccupato delle possibili reazioni: «Il rispetto deve partire dalle scuole»

MONFALCONE Dalla comunità islamica di Monfalcone - in cui i musulmani sono almeno 2.500, circa la metà degli stranieri residenti, ormai il 20% della popolazione - arriva una condanna piena, senza sfumature, dell’orrore di Parigi. «E una condanna soltanto non basta», dice Abdelmajid Kinani, originario del Marocco, guida spirituale dei musulmani che si ritrovano nel Centro culturale Darus salaam di via Duca d’Aosta, in pieno centro della città dei cantieri.

«È venuto il momento - spiega - che la comunità dia il suo contributo per far sentire che siamo contro atti del genere, per dire con forza che questo non è Islam. Che questi sono assassini, che hanno ucciso persone innocenti a sangue freddo, mentre la religione dell’Islam dice di non uccidere. Sono stati strumentalizzati da persone che vogliono accendere una guerra tra religioni».

Stragi di Parigi, la condanna dell'imam di Monfalcone

Alle spalle di Abdelmajid Kinani, che durante la settimana lavora nell’azienda agricola Bennati di San Canzian d’Isonzo e i cui figli frequentano le scuole di Pieris, sfilano i molti stranieri che nel centro si ritrovano ogni domenica mattina. La maggior parte è originaria del Bangladesh, una comunità che conta attorno ai 2mila componenti, tenendo conto dei tanti bambini nati all’ospedale di San Polo. Ci sono però anche turchi curdi, africani e nordafricani, macedoni. Solo alcune delle 82 nazionalità presenti in città.

«Mi metto nei panni delle persone, delle famiglie che hanno subito questa crudeltà - dice Kinani - anche se so che non bastano le parole per consolare». L’imam si dice comunque convinto che i problemi della Francia non siano quelli dell’Italia e sicuro che «qui non si arriverà alla situazione della Francia».

«Gli stranieri qui vivono bene per il trattamento che ricevono dagli italiani - ribadisce Kinani -. La gente che è venuta qui poi lo ha fatto per dare un futuro migliore ai propri figli e i problemi sono quelli del lavoro, di mandare avanti la famiglia, pagare l’affitto. Non hanno la forza di pensare ad altro e vogliono mantenere questo rapporto di rispetto reciproco anche se non parliamo tanto tra noi e voi».

Le stragi di Parigi qualche tensione, però, a Monfalcone l’hanno creata tra i più giovani, a scuola. Qualche parola grossa sarebbe volata all’indirizzo di bambini stranieri di religione musulmana. «Un adulto può pensare che è un momento di rabbia, può spiegare, può andare oltre - spiega Kinani -. Per un bambino queste invece non sono bambinate, sono cose, interrogativi che porta a casa. La famiglia è importante per spiegare e insegnare come comportarsi, ma alla fine è come nuotare controcorrente se le parole a scuola continuano».

Il centro culturale Darus Salaam vorrebbe quindi entrare in contatto con le istituzioni scolastiche per poter effettuare degli incontri e «spiegare cos’è davvero l’Islam». «Magari con il supporto di un’associazione come Etra con cui stiamo collaborando», aggiunge l’imam. Il centro culturale, infatti, è stato coinvolto nell’iniziativa di studio “Per la seconda generazione”, sostenuta dalla Fondazione Carigo. «Le persone devono giudicarci per ciò che facciamo qua - aggiunge - e non per ciò che fanno gli altri».

«La nostra preoccupazione va ai bambini - confessa -, che vogliamo abbiano un’educazione, possano sognare un futuro “normale”. È quello che vogliono tutti, anche gli italiani». Il ruolo del Centro culturale è comunque anche quello di “sentinella”, secondo Kinani. «Siamo in costante contatto con le autorità di polizia, che abbiamo incontrato anche venerdì», racconta.

Una forte condanna arriva anche dall’altro centro culturale islamico di Monfalcone, il Baitus Salat, secondo il cui portavoce, Alì Poesal, «certi fenomeni non ci sono e non ci saranno qui». «Stiamo lavorando nel nostro Centro proprio su questi temi, perché non nasca l’estremismo e si possa vivere tutti assieme», afferma Poesal, che ai monfalconesi lancia una preghiera: quella di «non fare di tutta un’erba un fascio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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