Trieste, il Silos torna a scoppiare: in 130 vivono allo stremo VIDEO

I disperati che vivono al Silos e i loro ripari di fortuna (foto Bruni)

Triplicate le presenze accanto alla stazione tra baracche, topi e rifiuti L’assessore Famulari: «Non ce la facciamo. Gli arrivi superano le partenze»

TRIESTE “Il treno è in partenza al binario due”. La voce dell’altoparlante arriva forte e chiara. Aimal è abituato e non ci fa più caso. La sente quando taglia le patate, quando mette a stendere i panni, di sera prima di addormentarsi. È un ritornello continuo, vicino, ma è come se provenisse da un altro mondo, un luogo separato. Invece è a soli due passi, perché la stazione ferroviaria è lì accanto. In stazione Aimal ci va solo per andare al gabinetto o a lavarsi.

Profughi a Trieste, al Silos va sempre peggio

Si mescola per un po’ tra la gente ben vestita e con la valigia in mano, lui che per raggiungere l’Italia dal Pakistan ci ha messo due mesi e mezzo. Settimane di freddo, fatica e angoscia. Il suo mondo adesso, a Trieste, è una capanna di stracci e cartone, chissà per quanto. Il suo, come quello di altre decine di profughi che non hanno trovato altro riparo che questo per rifugiarsi.

Aimal ha diciannove anni e non sa che ne sarà di lui. Nemmeno la città lo sa. La città ignora che lui è là. Perché la vergogna del Silos, la vergogna di una notte, un mese, due o sei, di una vita tra fango ed escrementi, è qualcosa che schiaccia Trieste. Che la città sembra non riuscire a guardare. Eppure il Silos è in pieno centro.

Tutti si accorgono di queste facce scure che vanno avanti e indietro. Ma dove dormono? Cosa mangiano? Cosa ne sarà di loro? La città crocevia di culture è in ginocchio. Ancora una volta. Ancora peggio. Ormai l’emergenza immigrati ha assunto i contorni del dramma sociale. Non ci sono altre parole per definire quello che sta accadendo in questo enorme capannone.

Il numero dei richiedenti asilo che bivaccano nelle baracche, che neanche le peggiori periferie del terzo mondo, è raddoppiato. Se non addirittura più che triplicato. Ce ne sono 130 ora, quando fino a poche settimane fa dai 60 si era scesi a 40 grazie al sistema dell’accoglienza diffusa di Caritas e Ics. Che evidentemente adesso non regge più. Non quando arrivano in massa e ogni giorno.

«Non ce la facciamo», ammette l’assessore Laura Famulari. «Quelli che arrivano sono di più di quelli che partono. Abbiamo appena sistemato 125 - ricorda - li abbiamo messi negli alloggi a disposizione». Adesso? E se i flussi dovessero continuare e aumentare? Se i flussi della rotta balcanica dovessero virare sul nostro confine? Cosa fa Trieste? Non è solo un fatto numerico, per quanto allarmante. Qui si vive nella spazzatura, tra escrementi, topi e insetti. I cumuli di immondizia sono ormai ovunque, in ogni angolo.

Profughi al Silos, lo sgombero non è riuscito

Il Silos è una discarica putrida con persone che vivono dentro. Questo è. Afghani e pachistani che passano la notte su materassi e coperte zozze. Sono pieni di pulci, si grattano tutti. È un’emergenza umanitaria che spiazza l’Azienda sanitaria, la grande assente. Perché non sa cosa fare.

D’altronde nulla può, pare, altrimenti come potrebbe permettere una cosa del genere? Se il Dipartimento di prevenzione tornasse a costatare i livelli infimi di igiene, lontani da qualsiasi idea di dignità umana, e se emanasse di nuovo un ordine di sgombero al Comune, come è avvenuto quest’estate, dove andrebbe questa gente? Meglio il silenzio, meglio non agire.

Non è possibile nemmeno organizzare una catena di aiuti, posizionare wc chimici, portare da mangiare e acqua pulita, mandare la Protezione civile. Perché il Silos è una catapecchia di mattoni abbandonati di proprietà privata dove il “pubblico” e le istituzioni non hanno potere alcuno.

Molto vicina al centro ma, nello stesso tempo, troppo vicina anche a quel non luogo che è il Porto vecchio.La terra di mezzo dei dimenticati. Intanto cresce la sporcizia, lievitano le capanne. Raddoppiano, triplicano. Su un singolo materasso ormai dormono in tre. Quando piove il terreno si trasforma in una palude di pozzanghere e poltiglia dove il piede sprofonda. Puzza di tutto.

Pentole con cibo andato a male, vestiti lerci ed escrementi. Mosche dappertutto. «Questa è la mia camera», sospira Malic, pachistano di ventidue anni. La tenda si apre su una decina di giacigli di coperte, borse e abiti ammonticchiati. L’odore di chiuso e sudore prende le narici. «Sono ammalato», racconta. Ha in mano un referto medico del Pronto soccorso. “Sospetta appendicopatia”, c’è scritto.

«Le pastiglie stanno finendo», dice allungando una scatoletta che prende da uno zainetto. Non sa se sarà curato, dove e quando. Un gruppo di ragazzi si avvicina. «Il nostro viaggio? Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia e Italia...», ripercorre uno. Ics e Comune sostengono che questi centotrenta sono appena giunti a Trieste, sarebbero qui da poco. «No - obietta un altro del gruppetto - io sono qui da due settimane». Si mettono attorno a un fuoco per cercare caldo e riparo. Fintanto che la bora, che ha fatto la cortesia di attardarsi, non spazzerà via tutto. Allora Trieste dovrà guardare.

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