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Fassina: «Alternativi a un Pd in cui Verdini e Sacconi si sentono a casa loro»

Irreversibile il processo di Renzi. Con Sinistra Italiana movimento plurale per dare risposte su lavoro, giustizia, diritti

3 minuti di lettura
Stefano Fassina 

TRIESTE. «Il Pd è diventato un partito in cui Verdini e Sacconi si trovano come fossero a casa loro. Mi pare un processo irreversibile». Stefano Fassina, oggi a Trieste per la presentazione di un libro di Gabriele Pastrello, è reduce dalla costituzione del nuovo gruppo alla Camera di 31 deputati (25 di Sel, 6 fuoriusciti dal Pd, una decina di senatori farà lo stesso tra qualche settimana), “Sinistra italiana”, embrione di un movimento che vuole guardare certo a sinistra ma che, precisa l’ex viceministro dell’Economia, «punta a essere un’alternativa di centrosinistra a un Pd che è andato dall’altra parte». Alternativa «necessaria a dare ai cittadini risposte sul lavoro, sulla giustizia, sui diritti».

Si allunga la lista dei fuoriusciti Pd, l’ultimo è D’Attorre. Una scissione goccia a goccia? Una scissione molecolare, iniziata da molto tempo tra elettori e iscritti. Prima il record di astensione in Emilia Romagna, poi la riconferma alle regionali della scorsa primavera. A livello parlamentare continua una separazione che, credo, non si arresterà.

Matteo Renzi 

Avete concretizzato al teatro Quirino il gruppo parlamentare. Il soggetto politico che tempi ha? A metà gennaio ci sarà l’assemblea nazionale per l’apertura della fase costituente del partito di cui il gruppo nato sabato è un tassello. Insieme scriveremo le regole e il programma per ritornare a dare voce al lavoro, alla scuola pubblica, all’uguaglianza, al contrasto alla povertà, alla valorizzazione dell’ambiente.

Sarete pronti per le amministrative? In molte città quel percorso è già avviato. Un percorso autonomo che qualcuno di noi inevitabilmente incrocerà.

Già si parla di lei come candidato a Roma. Verosimile? A Roma c’è una fase di straordinaria difficoltà, e non solo per quello che è successo al sindaco Marino. Roma deve ritrovare una sua vocazione innanzitutto economica. Iniziamo intanto a discutere del programma.

Vi siete chiamati “Sinistra italiana”, ma qualcuno vi continua a definire “Cosa rossa”. Abbiamo scelto un nome che rivendica una collocazione di campo esplicita. “Cosa rossa” è invece definizione impropria. Il nostro obiettivo non è occupare uno spazietto a sinistra del Pd. Vogliamo costruire un movimento plurale che copra l’area del centrosinistra, che contenga e valorizzi esperienze ed energie del cattolicesimo democratico, che abbia l’ambizione di essere forza di governo in rappresentanza di tutti i lavori, pure quello autonomo, precario, professionale, che non hanno oggi rappresentanza politica.

Debora Serracchiani 

In sostanza quello che avrebbe dovuto essere il Pd ma che, dal suo punto di vista, non è stato? Siamo in un’altra fase storica, non potranno mancare gli elementi di discontinuità. Va radicalmente definito il rapporto tra interesse nazionale e dimensione europea, e anche di questo discuteremo a Trieste. Ma dovremo porre l’accento pure sulla partecipazione dei cittadini rispetto alla deriva plebiscitaria contenuta nello statuto del Pd sin dalle origini. Andrà peraltro recuperata l’intuizione feconda di incontro tra le diverse esperienze del riformismo di matrice cattolica, laica, socialista, repubblicana e comunista.

Pensa anche all’Ulivo? Quella stagione si è chiusa. L’Ulivo ha avuto tratti di subalternità all’impianto liberista che vogliamo cancellare.

Ci saranno con voi anche Rifondazione comunista, Altra Europa con Tsipras, Possibile di Civati? La fase costituente di gennaio coinvolgerà tutte le forze che fanno parte del variegato insieme della sinistra.

Perché sabato Civati non c’era? Ha scelto un percorso autonomo. Lo rispettiamo, ma spero che a breve si possa stare insieme anche con lui.

Aspettate dalla vostra parte, prima o poi, i vari Bersani, Speranza, Cuperlo? Sono scelte sulle quali non vogliamo interferire. Abbiamo condiviso con loro e continuiamo a farlo l’analisi sul riposizionamento del Pd verso gli interessi più forti del paese. Ci divide però la valutazione sulla reversibilità di questo processo. Bersani pochi giorni fa ha affermato che senza il Pd non c’è il centrosinistra. Ma il problema è un altro.

Pierluigi Bersani (ansa)

Quale? Il Pd ha abbandonato il centrosinistra. Far finta che ci siano invece margini di ambiguità rischia di alimentare aspettative infondate. Il fatto è compiuto ed è stata una scelta strategica di ricollocazione nel quadro politico e di rappresentanza degli interessi. Dal Pd ci accusano di “fare il gioco della destra”. No, dico con rispetto a Bersani e Guerini. Il gioco della destra lo fa chi fa la destra: con il Jobs Act, con la scuola pubblica, con l’Italicum, con la revisione del Senato, con lo “Sblocca Italia”, con la Rai, con una legge di Stabilità con cui Renzi porta a compimento la ricollocazione del Pd come partito della Nazione.

Siamo al partito di centrodestra? Siamo al partito che, parole del presidente del Consiglio, attua il programma che Berlusconi non è riuscito a concretizzare. Questo è il Pd in cui Verdini e Sacconi si trovano come a casa loro.

Per vincere in Italia è necessario copiare Berlusconi? Solo se si considera la vittoria il fine e non un mezzo per cambiare la realtà. Avessimo pensato solo a vincere, anche noi avremmo fatto altre scelte. A Renzi interessa invece solo la vittoria. Per conseguirla accetta di portare a termine il programma della destra.

Che ne pensa di Debora Serracchiani, la vice Renzi? Mi pare che interpreti bene lo spirito del Pd renziano. È molto distante dalla mia idea di politica, di partito, di programma.

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