Trieste, rischio chiusura totale per la Burgo

L’esterno della Burgo

Secondo fonti vicine al gruppo il “destino” di Duino sarebbe già segnato. Impossibile proseguire l’attività con una sola linea

TRIESTE Oggi il dimezzamento, ma nel giro di qualche anno il rischio di una sorte segnata: sono fonti vicine al gruppo cartario a descrivere la molto nuvolosa prospettiva dello stabilimento Burgo di Duino.La storica fabbrica, al confine tra le province di Trieste e di Gorizia, produce il cosiddetto “patinatino”, la cui domanda nel mercato europeo è scesa, da un decennio a questa parte, da 10 milioni a 5 milioni di tonnellate.

Ora Burgo ha “in batteria” tre siti che trattano questo prodotto: sono Duino, Villorba nel Trevigiano, Verzuolo in Valvaraita nel Cuneese. Dal punto di vista degli organici - spiegano le stesse fonti - Duino e Verzuolo sono più o meno equivalenti con quasi 400 addetti, mentre Villorba è più piccolo con 180 dipendenti. Verzuolo viene ritenuto più efficiente e meno oneroso dal punto di vista dei costi gestionali, cosicchè è riuscito a limitare gli esuberi a 46 unità. Villorba sforna un prodotto che riesce ad avere più facilmente mercato, cosicchè si è salvata dalla decimazione.

Alla fine è Duino, ritenuto il sito con le peggiori performance, a pagare per tutti la crisi dell’editoria e, quindi, della materia prima “patinatino”. Le fonti, ascoltate e riportate, sono esplicite: lo stabilimento era pensato per attivare due linee produttive, per cui mantenerne solo una funzionante è un anestetico temporaneo. Se non accadono miracoli, la linea superstite, dedicata al rotocalco, rischia di non avere futuro. Riconvertirlo è troppo costoso, un eventuale alleato a supporto è ipotesi ancora lungi dall’essere vagliata.

Era una scelta che aleggiava da tempo, in qualche modo fatta capire - insistono le fonti - ma rinviata quanto possibile. Le cifre contenute nel piano Burgo 2020, preparato dall’amministratore delegato Paolo Mattei, indicavano quanto fosse difficilmente reversibile la negativa tendenza di alcune produzioni. In altre realtà europee si è già provveduto da tempo a tagli radicali, che in Italia sono stati frenati.

Ma dal 31 luglio di quest’anno le cose sono cambiate nel governo di un grande gruppo indebitato, che ricava oltre due miliardi, operando su 11 stabilimenti (10 in Italia) con 4200 addetti. In piena estate, infatti, si è chiuso l’accordo per la ristrutturazione dell’ingente debito, che ammonta a quasi 1,1 miliardi. Protagonisti dell’agreement la famiglia Marchi, Mediobanca, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Popolare, Bpm, Mps, Veneto Banca.

I gruppi più esposti hanno sottoscritto la conversione di 200 milioni di debito a medio-lungo termine in strumenti partecipativi. In questo modo Burgo riduce il debito a 690 milioni, risparmiando 15 milioni all’anno di oneri finanziari. Nuovo presidente era stato nominato Alberto Marchi, confermato Mattei alla guida operativa. E’quantomeno probabile che l’ingresso delle banche negli assetti societari abbia determinato l’accelerazione di alcune impegnative decisioni, che potrebbero non riguardare solo Duino. E si dovranno meglio capire le strategie a proposito di possibili partner: una candidatura accreditata pareva essere quella del gruppo Lecta, controllato dal fondo Cvc.

Fin dal novembre 2013 Burgo aveva provveduto a scremare le attività e le fabbriche più competitive inserendole nella controllata Mosaico, concentrata sulle carte speciali, dove erano entrati i vicentini Chiampo e Lugo, Treviso e Tolmezzo. Perchè nella cittadina carnica c’è l’altro sito della Burgo in Friuli Venezia Giulia, con altri 350 addetti: ma problemi in questo caso non dovrebbero sussistere.

Insomma, il tavolo di crisi convocato dalla Regione Fvg per venerdì 13 comincia i lavori in salita. Il governatore Serracchiani aveva dichiarato l’8 gennaio 2015, dopo un incontro con l’ad Mattei, che intenzione della Regione era «di monitorare attentamente e costantemente gli sviluppi della situazione, per accompagnare il consolidamento dell’azienda nelle diverse realtà produttive del Friuli Venezia Giulia». Con 153 licenziamenti annunciati, forse nel monitoraggio è avvenuto qualche black out.

Sergio Razeto, presidente di Confindustria Venezia Giulia, è preoccupato: «Il tentativo sarà di conciliare esigenze aziendali con un grave problema occupazionale del territorio».

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