I viticoltori del Carso sloveno: «Sì alla Doc transfrontaliera»

Un vigneto coltivato a Terrano in un'immagine dell'archivio Corbis

Il presidente del consorzio Lisjak: «I colleghi italiani hanno il nostro appoggio, siamo un territorio unico»

TRIESTE Il rosso e il giallo delle foglie nell’autunno carsico si rincorrono da un vigneto all’altro. A Duttogliano, in Slovenia a una manciata di chilometri dall’ex valico di Monrupino, i colori fra i saliscendi e le stradine del piccolo borgo sono uno spettacolo. Raggiunta la sommità del colle, proprio oltre il cuore della cittadina, c’è una stazione di servizio e a destra l’indicazione verso la cantina di Boris Lisjak.

Al “regno” del presidente del Consorzio dei produttori vinicoli del Carso sloveno si accede infine attraverso un viale ingentilito da una miriade di rose. Sono giornate, settimane convulse: tiene banco il caso Terrano. Sul Carso, sia in Italia sia in Slovenia, quasi non si parla d’altro. Il rischio che i produttori italiani non possano più usare la storica denominazione ha generato apprensione, confusione, allarme.

Ma Lisjak vuole chiarire subito il concetto più importante: «Il Carso è unico, dall’Italia alla Slovenia - afferma -. Noi produttori sloveni siamo amici dei colleghi italiani, da decenni lavoriamo assieme. Alle fiere di settore e alle manifestazioni cui partecipiamo ci presentiamo insieme». Insomma, per il Consorzio «non c’è alcun problema con l’Italia. Semmai - aggiunge Lisjak - ce ne sono con la Croazia (i cui viticoltori proseguono nel chiedere il riconoscimento dell’uso del marchio, ndr), da cui è partita tutta la vicenda. In Istria non si produce il vero Terrano, in Carso invece sì, per l’85-86% della produzione totale di vino. Ci sono cantine in territorio carsico che fanno al 100%, esclusivamente, Terrano».

L’appoggio.Lisjak, prima di sedersi a un tavolino in legno dell’ala degustazione al pianterreno della sua proprietà, mostra con orgoglio le botti dove stanno invecchiando il Terrano, la Vitovksa e gli altri vini cui le sue uve danno vita. Diplomi e riconoscimenti “arredano” le pareti. Esperienza e competenza, insomma, non mancano. Buon sangue non mente: i suoi avi hanno tracciato il solco, le storiche botti del nonno sono ancora integre in un’altra cantina che avrebbe da raccontare più di una vita di aneddoti.

A buon titolo, il presidente dei produttori vinicoli del Carso sloveno può sancire: «Siamo favorevoli alla Doc transfrontaliera. Siamo sempre assieme agli amici italiani e pronti a dar loro il massimo appoggio». Il problema burocratico, però, c’è: «La Slovenia ha registrato il marchio della “Dop Teran”», ricorda Lisjak assieme all’enologo Friderik Vodopivec, profondo conoscitore del Terrano, autore del volume “Teran, un vino particolare del Carso”, scritto rigorosamente bilingue a ulteriore testimonianza di come il territorio carsico di produzione del Terrano sia da sempre un unicum. Fra le pagine, scorrono infatti anche immagini e informazioni di produttori italiani: Kante, Milic, Skerk, Zidarich per citarne alcuni.

Boris Lisjak nella sua cantina

«All’epoca della registrazione del marchio, ci sarebbe stata la possibilità di ricorrere, di denunciare la propria contrarietà - continua Lisjak - ma l’Italia, come anche la Croazia, non l’ha fatto. Avrebbe però dovuto, così da avere un marchio unico per tutti quanti i produttori, sloveni e italiani. La domanda è tuttavia: come mai si riapre la questione a distanza di anni?».

Diplomazie in azione. La partita, adesso, si gioca fra Stati e a livello europeo: «Ora - dicono Lisjak e Vodopivec, che a sua volta aveva guidato per otto anni il Consorzio in passato - devono risolvere la situazione Roma, Lubiana e Bruxelles. Di certo, il Terrano si produce solo in Carso, sloveno e italiano, perché qui c’è la terra giusta, la terra rossa, c’è il clima giusto e c’è il tipo di lavorazione necessaria. Sono caratteristiche uniche».

Una decina di giorni fa Phil Hogan, commissario europeo per l’Agricoltura e lo Sviluppo rurale, aveva fatto sapere di voler lavorare a una soluzione costruttiva per risolvere ogni equivoco. I produttori italiani premono perché la telenovela non si chiuda come infaustamente accaduto con l’Ungheria per il Tocai, oggi Friulano “per divieto comunitario”. Tutto è nelle mani della politica, inclusa la giunta della Regione Fvg (che, di fatto, condivide il pensiero del Consorzio guidato da Lisjak: «Terrano e Carso appartengono a un’area comune non divisibile da un confine», aveva dichiarato pochi giorni fa l’assessore regionale all’Agricoltura, Cristiano Shaurli).

Cenni storici. Che il territorio carsico sia indissolubilmente legato all’affascinante vino rosso generato dal vitigno del Refosco lo dice anche la storia. Scrive Vodopivec nel suo libro che addirittura Plinio il Vecchio fece riferimento nell’opera “Naturalis Historia” al Pucino che «nasce nel golfo del Mare Adriatico, non lungi dalla sorgente del Timavo, su un colle sassoso dove alla brezza marina matura per poche anfore».

In proposito Vodopivec aggiunge: «Un’attenta analisi non lascia dubbi sul fatto che la definizione “omnium nigerrima”, ovvero più nero degli altri, usata da Plinio per descrivere il Pucino, dimostri chiaramente che in realtà si tratta dell’odierno Terrano, a prescindere da ciò che in passato possono aver affermato altri autori».

Ci sono poi varie testimonianze storiche dell’importanza del vino nella zona di Trieste: «In un Urbario - racconta Vodopivec, intrecciando ricordi a braccio a quanto compare nel testo del suo volume -, cioè il registro delle rendite, del 1296 i contadini del Carso potevano effettuare i pagamenti con il vino anziché con il denaro. In un altro documento, il medico Pietro Andrea Mattioli, nel 1548, illustra come il Terrano sia un vino che si produce a Trieste e sottolinea come risulti particolarmente curativo». Lisjak e Vodopivec ripetono: «Siamo aperti al dialogo. E a favore della Doc transfrontaliera perché noi e i produttori italiani siamo amici, la zona è la stessa, unica. Qui si produce il Terrano del Carso».

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