Guerra del Terrano, i giuristi gelano il Carso

Una botte di Terrano

La docente di Diritto agrario europeo Silvia Bolognini: «Le pretese di Lubiana sono legittime. L’Italia avrebbe dovuto opporsi prima»

TRIESTE «La pretesa della Slovenia di usare la denominazione Teran in esclusiva? Legittima». Hanno parlato politici, produttori, associazioni di categoria, esperti di vino. Ma la sintesi di Silvia Bolognini, professore associato di Diritto agrario, docente di Diritto agro-alimentare e di Diritto agrario europeo del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Udine, porta con sé il peso delle norme. E sembra lasciare intravedere come sola via d’uscita per i viticoltori del Carso italiano la Dop transfrontaliera.

La Dop Teran registrata dalla Slovenia nel 2006 non è un marchio, è la premessa, ma «un segno distintivo che serve a identificare, con un determinato toponimo, un prodotto le cui qualità e caratteristiche sono dovute essenzialmente o esclusivamente a un particolare ambiente geografico e ai suoi fattori naturali e umani. Nel caso specifico, i produttori che in Slovenia, nella zona indicata nel disciplinare di produzione della Dop Teran, producono quel vino nel rispetto dello stesso disciplinare, possono impiegare in via esclusiva il toponimo». Secondo Bolognini, non ci sono infatti dubbi sull’esistenza di un toponimo: «Altrimenti la Commissione non avrebbe potuto/dovuto accettare la richiesta di registrazione». Come del resto per tutte le Dop: «È per questo che la produzione di un vino Dop deve avvenire nella zona geografica indicata nel disciplinare, mediante l’impiego di uve provenienti da lì».

Può dunque fregiarsi della Dop «solo chi produce il Teran nel rispetto del disciplinare “registrato” e nella zona geografica in esso indicata, beneficiando della protezione riconosciuta dall’attuale articolo 103 del regolamento Ue 1308/2013 contro qualsiasi impiego illegittimo del nome Teran, che sussiste tanto quando il nome riconosciuto come Dop viene impiegato per indicare prodotti non conformi al disciplinare, quanto in presenza di usurpazioni, imitazioni o evocazioni, indicazioni false o ingannevoli relative a provenienza, origine, natura o qualità del prodotto».

Alla luce di quanto successo, prosegue la docente universitaria, «la Slovenia si è avvalsa di una possibilità riconosciuta dal diritto Ue: nel momento in cui un gruppo di produttori sloveni ha richiesto la registrazione della Dop Teran e ha prodotto la documentazione necessaria a tal fine, la vicina Repubblica, ritenendola conforme a quanto richiesto in ambito europeo, ha inoltrato la richiesta alla Commissione. Commissione che, dopo un procedimento complesso, che prevede anche una fase in cui gli altri Stati membri possono opporsi, ha ritenuto sussistenti le condizioni per registrare la Dop Teran e così ha fatto. L’Italia e la Croazia avrebbero potuto appunto opporsi alla registrazione nei termini previsti dalle norme europee».

Differenze con il caso Tocai? «Almeno due. Innanzi tutto, siamo in presenza di un vino ottenuto in una zona geografica la cui delimitazione è più ampia di quella inserita nel disciplinare di produzione, al punto che si potrebbe veramente dare vita a una Dop transfrontaliera in conformità alle norme europee. Inoltre, mentre Tocai, oggi Friulano, e Tokaji erano vini diversi per caratteristiche organolettiche, Terrano e Teran, proprio perché prodotti nella medesima zona geografica transfrontaliera, hanno proprietà organolettiche sostanzialmente identiche. C’è, però, una somiglianza fra le due vicende, che non ci fa molto onore: abbiamo dimostrato di non conoscere adeguatamente il diritto agrario europeo».

A questo punto, conclude Bolognini, «la Regione si trova in una posizione difficile, anche perché la registrazione della Dop Teran risale a un periodo in cui l’attuale amministrazione non era insediata. L’ipotesi della Dop transfrontaliera è un’ottima idea e potrebbe rappresentare un precedente importante per i rapporti commerciali non solo con la Slovenia, ma anche con altri Paesi confinanti».

«Quanto ad altre possibili strade percorribili - prosegue la docente universitaria -, bisognerebbe verificare se vi siano gli estremi per muoversi in ambito europeo: penso, ad esempio, alla possibilità di invocare i poteri delegati della Commissione o alla possibilità di sollecitare una modifica del disciplinare, in particolare per rivedere la delimitazione della zona geografica, possibilità che di fatto spalancherebbe la porta a una Dop transfrontaliera. In ogni caso - è la conclusione -, si creassero le condizioni per un accordo con la Slovenia che portasse alla cancellazione dell’attuale Dop e alla registrazione di una Dop transfrontaliera, sarebbe un ottimo risultato».

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