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Camere di commercio: guerra di poltrone in Fvg

Le grandi manovre del friulano Giovanni Da Pozzo e del triestino Antonio Paoletti di fronte ai venti di fusione mentre a Pordenone minacciano di trasferirsi in Veneto

4 minuti di lettura
Da sinistra Giovanni Da Pozzo, Antonio Paoletti e Giovanni Pavan 

TRIESTE. Guerra per poltrone. Succede in Camera (di commercio). Dove i rappresentanti delle categorie economiche tanto spesso hanno preso la stessa testa dei politicanti. Ecco che, di fronte alla necessità – imposta dal governo Renzi – di accorpare le Camere di commercio e mettere assieme una più vasta platea di aziende iscritte, in Friuli (Giovanni Da Pozzo) e in Venezia Giulia (Antonio Paoletti) in quattro e quattr’otto si mettono d’accordo per tenersi ciascuno un posto a sedere. Anzi, se ne scambiano in quantità tra di loro.

Esempio: se Paoletti fino a un paio di mesi fa è stato vicepresidente nazionale di Unioncamere, ecco che in sede di rinnovi gli succede Da Pozzo. E così, anziché procedere alla fusione tra le quattro Camere di commercio, facendo un solo istituto di scala regionale, preferiscono procedere per step: da principio Gorizia e Trieste si fondono, in modo che Paoletti prenota una poltrona per sé ed evita di andare a scadenza di mandato a Trieste; e Da Pozzo attende a pie’ fermo che Pordenone, rimasta sola soletta, sia costretta a accorparsi con Udine. In una seconda fase, tra quanti anni nessuno sa dire, arriverà la fusione tra la Camera del Friuli e la Camera della Venezia Giulia.

Salotti e salottini. Nel frattempo, due Camere distinte (e con tanti salotti e salottini annessi). Non mancano le variabili, peraltro. I vertici della Camera di Pordenone minacciano di andare nelle braccia dei cugini veneti (Treviso o Venezia, poco conta), piuttosto che finire in bocca ai vicini udinesi.

E Paoletti sa bene che la sua prenotazione per la presidenza ennesima è insidiata dai confindustriali, che giustamente osservano che magari dopo qualche decennio toccherebbe pure a una categoria diversa dai commercianti esprimere una designazione. Tutto avviene nell’imbarazzo della politica, posto che la governatrice Debora Serracchiani e così pure il suo vice Sergio Bolzonello hanno a più riprese segnalato che una Camera di commercio di scala regionale sarebbe l’optimum. Basti pensare che la Camera friul-giuliana sarebbe comunque più piccina di una qualsiasi provinciale lombarda o veneta, che pure si stanno fondendo tra loro. Imbarazzo che dipende pure dalla iniziativa di Ettore Rosato, capogruppo Pd a Montecitorio, che con un emendamento ad hoc ha salvato le Camere di commercio delle cosiddette province “di confine”. Chissà se si sarà appassionato al caso di Imperia o Cuneo, oppure più verosimilmente avrà voluto salvare i piccoli potentati delle Camere di Udine, Gorizia e Trieste.

In principio era il verbo e solo questo poteva essere. Il verbo di Renzo Tondo che, un pomeriggio di quattro anni fa – era il 27 settembre 2011 – prende la parola in Consiglio regionale e traccia una nuova road map della legislatura, annunciando ai quattro venti tagli e accorpamenti. Nel novero finiscono anche la Camere di Commercio. È la prima volta che se ne parla, ma quella dell’ex presidente del Fvg si rivelerà presto una boutade elettorale, accolta con una generale alzata di spalle: la Regione non ha competenza alcuna nel settore. È roba del governo, si sa. Adesso che si entra nel vivo, ora che è Palazzo Chigi a metterci il dito con tanto di riforma, ecco che si scatena la guerra. Di campanile, si direbbe. O di forza, tra chi ha più imprese e che ne ha meno, ad esempio.

Nulla di strano, quando di mezzo ci sono soldi e poltrone. E così la vicenda, già zeppa di una lunga varietà di documenti e polemiche, piomba nel più classico dei ristagni. Trieste, Gorizia e Udine sono pronte all’ente unico, ma solo a parole e allungando il percorso con un doppio step.

Pordenone si ribella. Due passaggi, per partorire da una parte la Camera della Venezia Giulia, già in corso d’opera e con già le prime riunioni in forma associata; dall’altra quella di Udine e Pordenone. Per poi, chissà, approdare al soggetto unico. Pordenone si ribella e dice no: vuole arrivare subito ad una realtà regionale per tutti. Se ne farà qualcosa? L’antefatto. La riforma del ministro Madia punta a dimezzare la pletora di enti esistenti in Italia: ce ne sono 105 nel Paese, praticamente uno per provincia. Nel concreto, la norma impone l’aggregazione per tutte quelle Camere di commercio sotto il tetto delle 75 imprese registrate. Una cifra alla quale, a Roma, si è giunti con una sorta di gioco al ribasso tra chi proponeva 80 mila e chi rilanciava con 60. In ogni caso, in Friuli Venezia Giulia nessuna, da sola, raggiunge la quota delle 75 mila: Udine, la più grossa, è a 63 mila e detiene grossomodo il 50% delle aziende associate in regione. Pordenone è a 32 mila, Trieste a 21 mila e Gorizia a 14 mila. Stando alle indicazioni ministeriali, va da sé che si finirebbe tutti sotto un solo cappello. Tuttavia lo stesso articolo prevede un salvagente sostanziale, appunto l’emendamento scritto sottotraccia il sempre più influente e potente Rosato: sono esclusi i territori di confine. Per raggiungere un punto fermo mancano ancora i decreti attuativi ma, intanto, si scatena la battaglia tra vertici. E le grandi manovre di posizionamento.

Anche perché Pordenone, che non rientra nelle eccezioni inserite nella legge nazionale, teme di venir “risucchiata” dai friulani, numericamente più forti. Un braccio di ferro, di cui si contano già i primi contraccolpi. Non è certamente una svista la mancata firma del pordenonese Giovanni Pavan al documento dello scorso 5 luglio con cui l’udinese Giovanni Da Pozzo, il triestino Antonio Paoletti e il goriziano Gianluca Madriz, si impegnavano “ad addivenire alla costituzione della Camera di Commercio del Fvg” attraverso due realtà camerali – due – per poi mirare al soggetto unico.

Le due fasi. Ma perché due fasi? Perché due enti, cioè Trieste- Gorizia e Udine-Pordenone? Tanto più che un matrimonio tra Udine e Pordenone non è mai riuscito, come insegna la faccenda delle fiere. Pavan sospira: “Che Trieste e Gorizia abbiano iniziato un percorso di unificazione va bene, è libertà loro. Ma non capisco perché fare quel passaggio intermedio – incalza il presidente della Cciaa di Pordenone – secondo me creare due realtà non ha proprio senso. E rendiamoci conto che il Fvg ha il totale della Camera di Commercio di Treviso…”. Il friulano Da Pozzo lo stoppa: “A nostro avviso invece è opportuno un percorso di condivisione a due fasi, prima di un’unificazione complessiva finale, visto che abbiamo due economie diverse. Non giudico il comportamento di Pordenone – osserva il presidente – anche se non lo comprendo affatto: prima fa una delibera per andare con Treviso, poi punta alla Camera unica e poi guarda a Venezia”. Antonio Paoletti, numero uno a Trieste, allarga le braccia: “Guardate, stiamo parlando del nulla – avverte­ – si accorpa, ma i costi resteranno sempre gli stessi visto che la voce più incisiva, quella del personale, rimarrà tale per molti anni dal momento che non si licenzia nessuno.

Comunque Pordenone ci faccia sapere le sue intenzioni…e poi – chiosa – lì chi comanda? Pavan oppure Agrusti?”. C’è un retro pensiero, chiacchierato negli ambienti camerali: l’intera manovra potrebbe limitarsi a partorire l’ente giuliano-isontino e là morire. Uno scenario che consentirebbe a Paoletti, ormai in chiusura di mandato nel capoluogo e senza più le cariche regalate dal vertice dell’Autorità portuale, di prenotare una poltrona nel nuovo contenitore. In un contesto regionale, invece, avrebbe ben altri competitor davanti. Ma la fabbrica delle poltrone è sempre attivissima.

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