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Amianto killer, a Trieste vittime cresciute del 60%

In dieci anni registrata un’impennata dei casi di mesotelioma e tumori ai polmoni. Pesa la maggior sensibilità dei medici

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Un'immagine simbolo delle azioni di protesta sui casi di morti da amianto 

Le segnalazioni di nuovi casi di malattie amianto-correlate aumentano esponenzialmente. Nel giro di una decina d’anni a Trieste l’Azienda sanitaria ha registrato un’impennata del 60,6%: nel capoluogo si è passati dai 24 pazienti del 2003 ai 61 del 2014. E il 2015 conferma questo trend.

Il boom Se prima del 2003 si teneva conto soltanto dei mesoteliomi, la patologia “sentinella” direttamente riconducibile al pericoloso materiale, ora rientrano anche i tumori polmonari legati all’esposizione. Sebbene più difficili da associare, visto che tra le cause possibili rientrano anche il fumo e il contatto con altri cancerogeni come gli idrocarburi policiclici aromatici. Per entrambi si tratta comunque di un incremento, legato anche ad una maggior sensibilità dei medici e delle strutture sanitarie competenti nel riconoscere e portare a galla questo genere di malattie professionali.

I numeri Scorporando il dato generale del capoluogo, si arriva così ai 20 mesoteliomi nel 2003 e ai 23 nel 2014. E dai 4 tumori polmonari segnalati nel 2003, si sale ai 38 nel 2014. Sono dati evidentemente molto elevati: nel Paese il tasso per mesotelioma maligno della pleura risulta pari a 3,84 negli uomini e 1,45 nelle donne ogni 100 mila residenti. Trieste invece, stando agli studi della Struttura complessa prevenzione e sicurezza dell’Ass.1, deve fare i conti con una media di 25 nuovi ammalati di mesotelioma l’anno (una sessantina se si considerano anche le neoplasie polmonari) su un totale di 210 mila residenti.Nell’Isontino, confermano gli esperti del Dipartimento di prevenzione della Struttura complessa, si raggiungono i 50. Nel resto del Friuli Venezia Giulia non si superano i 20.

La zona “nera” I grafici dei ricercatori e delle istituzioni sanitarie, identificano il tratto costiero che va da Gorizia al capoluogo regionale come “zona nera” insieme a Genova, La Spezia, Terni, Livorno, Taranto e, in Sardegna, Carbonia-Iglesias. Vale a dire zone portuali e di cantieristica navale.

L’analisi storica Allargando lo sguardo su un arco temporale più ampio, il Registro nazionale dei mesoteliomi ha certificato un totale di 1022 malati nel periodo 1995-2013. Sono per l’84% maschi, con un’età media di 69 anni; nel dettaglio, il 36,4% interessa la fascia 65-74, il 26,9% la 74-84, il 19,8% la 55-64, il 6,8% la 0-54. Nell’area giuliano-isontina si calcola che la mortalità per malattie amianto-correlate è di 50 pazienti l’anno. Il mesotelioma, che può covare nella persona anche per 40-50 anni dall’esposizione, è fatale: il decesso avviene nel giro di un anno e mezzo dalla diagnosi, precisano i tecnici del Dipartimento di prevenzione dell’Azienda sanitaria triestina. Mentre i tumori polmonari, se identificati precocemente, possono invece essere curati.

Dipartimento di prevenzione Le verifiche su questo tipo di patologie è una delle attività che maggiormente occupa i tecnici e operatori della Struttura complessa. Che, da organo di Polizia giudiziaria, per ciascuna segnalazione ha il compito di avviare le indagini, analizzare i documenti, ricostruire la storia del lavoratore ed eventuali responsabilità delle aziende per condotte “omissive”.

Le proiezioni Le proiezioni confermano che, con questo trend, il 2020 sarà l’anno in cui è previsto il massimo dell’incidenza. È proprio in questi ultimi anni che ci si sta avvicinando al picco. Nel corso della Sesta Conferenza regionale organizzata lo scorso maggio dedicata al tema, la Commissione amianto del Friuli Venezia Giulia aveva avvertito: «Il censimento del materiale e dei suoi derivati presenti in Friuli Venezia Giulia (l’ultimo risale al 2007) - rilevava il presidente Fernando Della Ricca - va effettuato quanto prima. È indispensabile mantenere e allargare il confronto tra territorio, tra regioni e Stati contermini come la Slovenia. Ma tutta l’area balcanica dovrebbe diventare oggetto di studio in ottica europea. In Italia - ammoniva l’esperto - vi sono settantatre discariche, peraltro non tutte operative, mentre in Friuli Venezia Giulia ne è operativa una soltanto a Porcia che si esaurirà nel giro di cinque anni. E poi? L’intertizzazione con innovazioni scientifiche e tecnologiche sono in corso di sperimentazione avanzata. È una risposta risolutiva dovuta all’Unione Europea - concludeva DElla Ricca nell’intervento - che si impone in alternativa a quella provvisoria delle discariche».

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