Dall’archivio dell’ex Opp storie dei “matti” di Gorizia

Cominciato il riordino dei documenti. Emergono vicende umane strazianti come quella di Erminia che in 38 anni di ricovero uscì solo 27 volte

“Anna 7-1-75 Fine”. La scritta incisa sul legno potrebbe sembrare il racconto di una storia d’amore naufragata; una come tante. Invece racconta le dimissioni di una donna dall’Ospedale psichiatrico di Gorizia. In quei segni intagliati poco più di quarant’anni fa su una panchina sono riassunti anni di sofferenze e privazioni. Per scoprire la storia di Anna bisognerà attendere che l’archivio dell’ex Opp venga riordinato. L’opera è iniziata, ma prima che i “matti” del Parco Basaglia possano essere definitivamente liberati e che le loro singole vicende possano essere portate una volta per tutte in superficie ci vorrà parecchio tempo. Il lavoro è cominciato nei giorni scorsi e proseguirà almeno per i prossimi otto mesi grazie al progetto “La memoria restituita”. Ma è solo il primo passo di un percorso più lungo e articolato. Tra cartelle cliniche, certificati di ingresso, di dimissioni e di morte, nessuno al momento conosce l’esatta quantità di documenti conservati in via Vittorio Veneto. Secondo un recente rapporto del Ministero, nello scantinato della palazzina Direzione ci sarebbero almeno 700 “pezzi”, dove con “pezzi” si intende tutto e niente: si va dai faldoni, agli scatoloni, fino alle pile di fogli. L’unità di misura non è certamente univoca e omogenea. I “pezzi” possono contenere numeri variabili di documenti: dalle decine alle centinaia. Per consultare questo patrimonio nascosto bisogna scendere una scala ad “elle” che per gli odierni standard architettonici appare evidentemente stretta, ma che per la prima metà del Novecento andava più che bene. Dopo l’ultimo gradino si svolta a destra e ci si trova di fronte alle prime scaffalature. I fascicoli sono rilegati con lo spago e, a metà muro, c’è anche un buco a mezza altezza. Sono stati tolti dei mattoni e, come in un racconto di Edgar Allan Poe, è venuta alla luce una camera nascosta, tutta da esplorare. Nelle mani della archivista Sara Fantin si è già materializzata la cartella clinica con la matricola numero 2. È di una donna nata a Capriva. La signora Eufemia è entrata per la prima volta in manicomio nel gennaio 1925. Il decreto di ricovero definitivo venne emesso dal Tribunale di Udine quando aveva compiuto 30 anni. A condannarla fu una diagnosi di psicosi circolare. Di lei restano due fotografie identiche. «Più che per identificarla, servivano per tracciarne il tipo sulla scorta degli studi lombrosiani», spiega il direttore dell’odierno Csm Franco Perazza. Prima d’arrivare a Gorizia Eufemia era stata rinchiusa per un lustro a Udine e per tre anni nella sezione psichiatrica dell’ospedale di Dolo. Quello che impressione è che, al di là dei tentativi di suicidio, i rapporti disegnano il profilo di una persona quieta e autosufficiente. La signora Eufemia trascorreva il proprio tempo a cucire e deve aver cucito parecchio dal momento che tra il 17 luglio 1933 (data del suo ingresso a Gorizia) e il 1 novembre del 1971 (data delle sue ultime dimissioni) ha vissuto in libertà soltanto 27 giorni: 27 giorni divisi in sette mini licenze di durata mai superiore alle 5 giornate. Da Eufemia a Anna, tra i faldoni ci sono centinaia di storie tutte da scoprire. Non bisognava essere necessariamente pazzi per finire all’Opp. Tra le tante diagnosi che portavano all’internamento c’era l’alcolismo cronico. «Leggere questi documenti – sottolinea Perazza – attualizza la storia e i drammi di chi è stato qui”. Meglio non andavano le cose agli operatori che in qualche modo erano anche loro dei prigionieri. Per dimostrare che erano presenti e svegli dovevano firmare ogni mezzora un disco rotante inserito in una macchina simile a quella dei cronotachigrafi oggi montati sui camion.

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