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Trieste, bufera sul Museo dell’Irci: Fiume si sente snobbata

La dirigente della Lega nazionale Elda Sorci esprime amarezza e delusione: «Mancano storia, arte e cultura della città nell’esposizione di via Torino»

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TRIESTE Tema spinoso, l'esodo. Le polemiche, approssimandosi l'apertura del museo dell'Irci in via Torino, non erano mancate, le associazioni degli esuli avevano preteso una correzione in corsa dei contenuti del progetto definito dall'istituto.

Ora che il museo ha finalmente aperto le sue porte, dopo anni di gestazione, da più parti si chiedono ulteriori modifiche. La presidente della sezione di Fiume della Lega nazionale di Trieste, Elda Sorci, esprime in una lettera a Il Piccolo tutte le sue perplessità: «Anche a nome dei numerosi fiumani rimasti amareggiati e delusi nel notare la totale assenza della storia, dell’arte e della cultura di Fiume nel museo che pure è intestato alla civiltà istriana fiumana e dalmata, desidero esprimere il mio dispiacere dopo essere stata presente all’inaugurazione provvisoria del museo», scrive.

Troppo poco lo spazio dedicato alla cultura, secondo Sorci: «Ritenevo che il museo dovesse raccogliere la documentazione della storia, della cultura e dell’arte dei tre popoli che formano la diaspora istriana, fiumana e dalmata, ma nulla ho trovato di quanto io ed altri fiumani ci aspettavamo». La presidente della Lega aggiunge poi: «Manca totalmente ogni riferimento all’esodo fiumano e dalmata e pochissimo vi è di quello istriano, che pure è stato l’esodo più importante nella storia dell’Italia». In conclusione Sorci scrive: «I fiumani chiedono a gran voce che sia lasciata alle nuove generazioni una traccia importante della storia da noi vissuta. Lo auspicano vivamente gli istriani, fiumani e dalmati che ricordano come le scuole siano state boicottate dall’Austria, spesso chiuse con una supplenza privata, validamente supportata dalle scuole private della Lega nazionale». A onor del vero, i responsabili dell'Irci avevano spiegato in precedenza che il materiale riguardante la storia della Dalmazia e di Fiume verrà aggiunto nei prossimi mesi all'esposizione.

Ma del taglio del museo è insoddisfatto anche il presidente dell'Unione degli istriani, da sempre avverso al progetto dell'Irci a guida Vigini. Secondo Lacota il taglio etnografico del museo mette in ombra la cultura alta di quelle terre: «Si è dato troppo spazio al mondo agricolo - dice - che pur essendo una componente forte dell'Istria rischia di dare una visione parziale della nostra storia. L'Istria ha un patrimonio artistico, culturale e letterario che merita di avere un ruolo da protagonista in un museo come quello dell'Irci. Certo è che l'assetto di via Torino andrà rivisto con la prossima presidenza dell'istituto». Anche Lacota, come Sorci, sottolinea come manchi un accento sufficiente sulle tragedie novecentesche.

Di temi analoghi si è occupato anche il consigliere comunale forzista Piero Camber in un'interrogazione alla giunta. In primis chiede «perché una settimana circa prima dell’inaugurazione del museo siano stati tolti tutti i pannelli commemorativi degli infoibati». Camber solleva poi il problema delle opere d'arte attualmente esposte al Sartorio, che nell'intendimento originale dovevano essere esposte in via Torino. Attualmente quei quadri sono al centro di un confronto con il ministero dei Beni culturali (che ha la competenza sulla loro gestione) per la loro destinazione finale: «Chiedo alla giunta quale sia l’intendimento riguardo il posizionamento delle opere d’arte provenienti dal Capodistriano ­ messe in salvo nel 1940, e trasportate allora a Trieste, a Villa Manin di Passariano, a San Daniele del Friuli, a Venezia e poi a Mantova ed a Roma presso palazzo Venezia - e attualmente esposte nel museo di villa Sartorio». Conclude Camber: «Merita ricordare come queste opere oggi appartengono al ministero Beni culturali, e dallo stesso sono state immesse nel patrimonio della Galleria nazionale d’arte antica, nata dalla collezione Mentasti. Opere di Vittore e Benedetto Carpaccio, Alvise Vivarini, Giambattista Tiepolo, Paolo Veneziano, Jacopo Palma il Giovane». Il museo è aperto, insomma, ma la sua storia per tutt'altro che chiusa.

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