Trieste, «Caso Lorito, Bo e Valerio da condannare»

L'ex capo della Mobile Mario Bo

Il pm chiede tre anni e sette mesi per l’ex capo della mobile e tre anni e tre mesi per l’ispettore. I due sono accusati di falso

«Condannate Bo, condannate Valerio». Questa la richiesta del pm Antonio Miggiani al termine della requisitoria davanti al giudice Filippo Gullotta nei confronti dell’ex capo della Squadra mobile di Trieste Mario Bo, attuale responsabile dell’Anticrimine di Gorizia, e dell’ispettore capo Alessandro Valerio, ora all’Ufficio di gabinetto della Questura. Tre anni e sette mesi per uno e tre anni e tre mesi per l’altro, senza benefici, per la firma falsa in calce all’altrettanto falsa relazione di servizio.

Si tratta del processo nato «a latere» dalla vicenda giudiziaria che aveva travolto qualche anno fa l’ex dirigente della Mobile, Carlo Lorito, poi assolto in Cassazione dalle accuse di corruzione e violazione del segreto investigativo e riabilitato dal capo della polizia Alessandro Pansa. Non a caso il pm Miggiani ha parlato di «veleni in Questura». Lo ha detto, a bassa voce, quasi imbarazzato.

Così nell’aula al secondo piano del palazzo di giustizia l’atmosfera si è raggelata. In effetti tre anni e sette mesi per Mario Bo e tre anni e tre mesi per Alesandro Valerio rappresentano una richiesta di pena sicuramente pesante. Una vera e propria mazzata anche perché il pm Miggiani non ha incluso nell’entità della richiesta, formulata al termine della requisitoria, la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici prevista dalla legge.

Al centro dell’inchiesta contro i due poliziotti, formalmente avviata nel dicembre del 2008 da un esposto presentato da Lorito (predecessore di Bo, al vertice della Mobile triestina), vi è un’annotazione di servizio sulla quale compare la firma del sostituto commissario Giacomo Bresa, ucciso il 26 luglio di quello stesso anno sul pianerottolo della sua abitazione da un fulminante attacco cardiaco.

Quell’annotazione - che aveva contribuito alla condanna nel processo di primo grado di Lorito - era falsa, come hanno dichiarato i periti del Tribunale che ne hanno attribuito la “paternità” all’ispettore Valerio. In particolare il documento firmato falsamente (secondo l’accusa) col nome di Bresa riferiva ai magistrati riguardo l’esistenza di eventuali rapporti e collegamenti, anche “privati”, tra la Questura di Trieste e quella di Gorizia. Bresa era stato anche sospettato, assieme a un altro investigatore della Questura a Trieste, di aver fatto filtrare verso Gorizia notizie che coinvolgevano “confidenti” di Lorito, alcuni dei quali avrebbero spacciato droga. Ma nulla poi è mai emerso sull’esistenza di queste “soffiate”.

Nel 2011 l’allora procuratore capo Michele dalla Costa aveva chiesto all’allora capo della Mobile, Mario Bo, una relazione riguardante l’annotazione di servizio - poi rivelatasi falsa - e il funzionario in una nota aveva sostenuto che era stato proprio lui a fare rientrare dal lavoro il sostituto commissario Bresa per redigere davanti ai suoi occhi il documento.

Il pm Miggiani ha sottolineato nella sua requisitoria l’elevata competenza tecnica dei periti del tribunale Atonella Foi e Pacifico Cristoforelli che nell’udienza dello scorso novembre hanno attribuito la firma della nota all’ispettore Valerio. Ma ha ritenuto più grave la responsabilità dell’ex capo della Squadra mobile Mario Bo, che ha garantito con il suo nome l’autenticità di un documento poi rivelatosi falso. «Un funzionario di polizia - ha detto - deve essere consapevole che quando redige un atto si riferisce direttamente alla libertà di una persona». Infine il movente. «È inutile ricercarlo. Non ha senso. Contano i fatti», ha osservato il pm.

Nella prossima udienza, fissata per il 7 ottobre, sono previste le repliche dei difensori Eugenio Vassallo e Andrea Frassini e del legale di parte civile Guido Fabbretti, che assiste la vedova di Bresa. In aula ieri erano presenti Carlo Lorito e il suo ex vice, Antonio Savarese. Erano accompagnati dall’avvocato Giorgio Borean.

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