I croati liberi di lavorare in Europa

Disco verde di otto Paesi fra cui Francia, Germania e Italia. Il commissario Thyssen: «Opportunità di sviluppo»

TRIESTE. I cittadini croati sono da ieri liberi di lavorare in 22 Paesi dell’Unione europea. Dopo due anni esatti dall’ingresso nell’Ue, la Croazia non è (quasi) più sottomessa alle restrizioni dei governi nazionali. Italia, Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Lussemburgo e Spagna hanno infatti deciso di aprire ai Croati le porte del proprio mercato del lavoro. Sono sette dei tredici Paesi che nell’estate del 2013 avevano scelto di imporre alla Croazia un “periodo di transizione” post-adesione, ma che martedì hanno deciso di non prolungare oltre le proprie limitazioni.

Al contrario, i restanti cinque Stati hanno già inoltrato alla Commissione europea una richiesta di proroga di altri tre anni. In Austria, Olanda, Slovenia, Regno Unito e Malta, la legislazione europea sulla libera circolazione dei lavoratori non si applicherà ai croati almeno fino al 30 giugno 2018. Questi Paesi potranno in seguito chiedere un’ulteriore proroga fino al 2020, ma solo in caso di gravi disturbi all’occupazione interna.

«Sempre più Stati membri scelgono di aprire il proprio mercato del lavoro ai cittadini croati. É uno sviluppo positivo - ha affermato ieri il Commissario europeo Marianne Thyssen, responsabile proprio del portafoglio dell’Occupazione - la mobilità lavorativa è un’opportunità sia per i lavoratori che per le economie di arrivo». In Croazia, dove lo stipendio medio è di circa 700 euro e la disoccupazione di oltre il 15%, la “mobilità lavorativa” è già molto popolare.

Da un lato perché l’ottenimento del permesso di lavoro (necessario in quei paesi che mantengono le restrizioni) non è poi così difficile, dall’altro perché alcuni Paesi membri hanno già aperto completamente le proprie frontiere nel luglio 2013. Ecco che i giovani, di cui uno su due non ha lavoro in patria, non hanno aspettato due anni per iniziare il proprio esodo nell’Unione, partendo soprattutto in Irlanda, paese anglofono e “ad accesso libero”. É il caso di Ana-Maria Hota, nata a Zagabria nel 1982 e partita per Dublino appena due mesi dopo l’ingresso della Croazia nell’Ue, portandosi dietro marito e due figli. «Lavoravo come parrucchiera a Zagabria, nel mio proprio salone, ma avevo l’impressione di dare troppo al mio Paese, mentre c’erano sempre delle tasse nascoste dappertutto - racconta - Il sole, il buon cibo e i bei paesaggi non erano abbastanza per rendermi felice». Una volta atterrata nella capitale irlandese, Ana-Maria ha passato sei colloqui e cambiato lavoro diverse volte, accettando sempre un’offerta migliore. Ora, è impiegato in un grande centro di bellezza e ha aperto un blog in cui racconta la sua “Zivot u Dublinu”, la sua “Vita a Dublino”. Nei prossimi mesi, ci si deve aspettare che migliaia di croati seguano l’esempio di Ana-Maria, partendo magari per la Germania o la vicina Italia, oramai prive di restrizioni? Secondo la Commissione europea, i futuri flussi di lavoratori croati saranno modesti e “difficilmente porteranno a disturbi del mercato del lavoro”. Circa 230.000 cittadini croati, indica Bruxelles, sono attualmente già residenti ed “economicamente attivi” in un altro Stato membro, per la maggior parte in Germania, Austria e Italia. Altri 200.000 circa dovrebbero lasciare la loro madrepatria entro il 2019, ma senza alterare in alcun modo la situazione demografica negli Stati di arrivo (per la Germania, destinazione faro dei croati, lo scenario “estremo” prevede un aumento della popolazione dello 0,13%). Le conseguenze più grandi, dunque, saranno per la Croazia, che rischia di perdere la sua meglio gioventù. I cittadini che hanno di recente lasciato il Paese sono infatti perlopiù giovani (il 62% ha meno di 34 anni) e ben qualificati.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Focaccia integrale alla farina di lenticchie

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi