Trieste, l’alleanza salva Topolini tra il kosovaro e il pugile

Gazmend Muqa e Fabio Tuiach fotografati da Francesco Bruni

Domenica si ritroveranno a Barcola con le famiglie per dire no al bullismo. Gazmend: «Offeso dall’uso del nome del mio Paese». Fabio: «Iniziativa pacifica»

TRIESTE A Barcola, domenica mattina, ci saranno entrambi. Con la propria famiglia, bambini, mogli o compagne. Perché Fabio Tuiach e Gazmend Muqa alla fine la pensano allo stesso modo. Fabio è il noto pugile triestino che domenica mattina guiderà la riconquista pacifica dell’ultimo Topolino, il “decimo”, quello preso d’assalto da gruppetti di figli di immigrati kosovari, serbi e albanesi a cui piace spadroneggiare e menar le mani. Gazmend è il kosovaro che martedì scorso, con spugnetta e solvente, ha ripulito lo scoglio che qualche giovane connazionale aveva sporcato con lo spray rosso. L’immagine simbolo di questa storia di risse e vandalismo cominciata in viale, in via del Toro, e rimbalzata a Barcola.

Il ritrovo estivo, la terra di conquista delle bande. Ma, attenzione, concordano i due, non è un problema di immigrati, ma di semplici bulletti che cercano un modo per darsi un tono. Un’identità. Perché se prima c’erano quelli “de Melara”, o quelli “de Borgo”, ora ai Topolini ci sono i kosovari e i serbi, spiega Tuiach. Magari sono nati qui, a Trieste, e usano il nazionalismo senza sapere cosa sia. Perché così fa figo. Muqa annuisce: «Guardate, a Trieste non c’è alcuna rivalità tra comunità».

I due sono coetanei. Fabio, classe 1980, lavora in porto «perché con il pugilato in questo Paese non si vive». È sposato da tre anni e aspetta il terzo bambino. Gazmend, classe 1979, è in Italia da sedici anni. Ha una ditta edile che va piuttosto bene, convive con una ragazza di origini moldave e ha due figli: «Questa città è sempre stata accogliente con me». Qualcosa deve essergli scattato quando ha visto la foto con la scritta “Kosovo” sullo lo scoglio del Cedas. E così tutt’intorno, sui muri e negli spogliatoi. Opera di quei ragazzetti, che hanno mamma e papà immigrati a Trieste negli anni difficili della guerra.

«Leggo il giornale tutti i giorni – racconta in perfetto italiano – e mi sono sentito offeso, hanno sporcato Barcola e hanno utilizzato il nome del mio Paese come atto vandalico. Il Kosovo è stato associato a quei bulli. Questo non mi andava bene». A quel punto ha deciso di pulire quella pietra. Lui, da solo. «Tanti miei connazionali avrebbero fatto lo stesso, ma non vogliono far notizia, preferiscono stare in pace». I giovani che hanno di preso di mira il “decimo” sono figli dei suoi amici, pure loro venuti qui nel ’99. «Molti sono dodicenni o poco più grandi. Se girano lì, vuol dire che non sono a scuola e che nei loro pomeriggi non sanno cosa fare, si trovano in viale e a Barcola. Hanno i problemi di tutti... di tutti quei giovani che oggigiorno hanno troppo... Non come me che quando sono arrivato a Trieste ho dovuto costruire tutto».

Ecco dove sta il problema. Più vicino al disagio adolescenziale, insomma, che all’appartenenza etnica. Tuiach ascolta e in qualche modo si rivede. «Io sono uno di quei muloni di Melara che a un certo punto ha trovato sfogo nello sport. Anch’io ho avuto un periodo ribelle, ma poi ho messo su famiglia.

Ho trovato risposta nella box che ha la capacità di attrarre i ragazzi più difficili, una valvola dove canalizzare le proprie energie». Ma ci vuole più ordine e rispetto, è convinto il pugile, «perché la situazione sta degenerando. Trieste è sempre stata tranquilla, nessuno ha mai dovuto aver paura di andare al mare... Ma basterebbe che ci fossero più controlli, più polizia e denunce e quelli si calmerebbero».

Pensa a suoi bambini, Fabio. «Mio figlio ha undici anni e quando avrà l’età per andare ai Topolini non voglio che le prenda. Ne voglio che mia figlia sia molestata... No, io faccio una strage lì...». È l’anima un po’ guerriera quella che prevale quando parla. Ma il ring della vita di ogni giorno, lo sa, ha altre regole. «Andremo a Barcola con mogli e figli. Così, con tranquillità, per dare un segnale contro ogni tipo di prepotenza». Ci sarà anche Gazmend a cui piacerebbe partecipassero i suoi connazionali: «Vengano non come kosovari, ma come triestini».

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