Da Trieste a Capo Nord e ritorno in Vespa

L’ultima sfida del giuliano Mario Pecorari: 30mila chilometri di periplo dell’Europa a bordo della sua “Crodi”

Lui è un uomo molto impegnato. Impegnato a viaggiare. Dopo aver trascorso la prima parte della vita alla Fabbrica Macchine e alla Fincantieri, per la seconda ci voleva qualcosa di diverso. Così si è “impegnato” con una signorina dalle fattezze piuttosto robuste (ma nemmeno troppo), “rifatta” quel tanto che basta, decisamente simpatica e affidabile (quasi sempre). Soprattutto, è una gran mangiatrice di chilometri: 220mila in 15 anni, per l’esattezza. La nostra lei si chiama “Crodi”, appellativo - e accorciativo - affettuoso che sta per “Crodiga”. E lei è una Vespa Px 150 che condivide con Mario Pecorari la passione per la strade, specie se sterrate.

Dopo aver “vespeggiato” il Sudamerica (e ogni chilometro è raccontato nel libro, uscito da poco, “Vespeggiando in Sudamerica”, Altro Mondo editore), l’Asia e l’Indonesia, Mario e “Crodi” adesso allora se ne sono inventati un’altra: il periplo dell’Europa. In pratica, partenza da Trieste e poi Slovenia, Croazia, Albania, Grecia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Slovacchia, Ucraina, Polonia (e qui lo raggiungerà la moglie), le Repubbliche baltiche fino a Helsinki, Rovaniemi e Capo Nord. E discesa lungo la costa norvegese, le isole Lofoten, poi Oslo, Amburgo, Amsterdam, Mont Saint Michel, Bordeaux fino a Cabo da Roca, Setubal, Cadice, Gibilterra, Nizza, Genova. E, ancora, il periplo della costa italiana, ottomila chilometri fino a casa, a Trieste. Totale: trentamila chilometri circa. «La mia “Crodi”? Oramai la ricostruisco anche bendato. L’ho smontata e rimontata più volte. Non porto mai più di 80, 90 chili di bagaglio. Ho dietro tutto ma tutto dev’essere piccolo. Naturalmente, precedenza ai pezzi di ricambio, la fortuna va di pari passo alla virtù: viaggiamo da soli, dobbiamo contare esclusivamente sulle nostre capacità. E a un vero Pronto soccorso». Sponsor, niente? «Ho il patrocinio del Vespa World Club e qualche aiuto per le parti meccaniche. Stavolta, poi, ho un navigatore satellitare super per cui chiunque può seguire in tempo reale dove sono: è tranquillizzante, specie per la moglie a casa...». Perché la Vespa e non una moto? «Perché quando viaggio in moto, sono uno tra mille. Con la Vespa trovo tanti amici, ispira un sacco di simpatia, abbatte qualsiasi diffidenza».

Tutto misurato, quindi: solamente abbigliamento tecnico (una giacca leggera, un sottogiacca di piuma, pantaloni robusti, scarpe grosse e da barca, tre magliette, «la biancheria si lava») e bando al cibo liofilizzato. «No, grazie. Il pranzo lo salto, ma la cena si fa, eccome. Locale, tipica. E per dormire, la tenda è la salvezza, ma se si riesce a trovare una sistemazione è meglio». Un ricordo bello e uno brutto. «Brutto, quando sono finito in Turchia dentro una fossa di ghiaia: un bel salto, e poi l’ospedale. Nulla di grave, fortunatamente. Bello, quando mi sono arrampicato sul monte Ararat: qui ho trovato un vecchietto, un pastore curdo. Mi ha tenuto a braccetto, e parlava, parlava. Avevo di fronte lo scopritore dell’impronta dell’Arca di Noè. Era lui, Reshit Sarihan, che nel maggio del 1948 restituì al mondo questa incredibile testimonianza intrappolata per quasi duemila anni». Ultima domanda: ma perché “Crodi”? «Perché quando meno te lo aspetti, la te frega». E allora non resta che pensare al pensionamento... «Pensionare “Crodi”? Ma non esiste proprio».

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