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Marcello Labor, nato a Trieste l’8 luglio del 1890 e morto il 29 settembre del 1954, era un medico ebreo convertito al cristianesimo. La laurea, conseguita a Graz, risale al 1914. Partecipa alla Prima Guerra Mondiale come ufficiale nell’esercito austro-ungarico sul fronte orientale. Nel 1918 si trasferisce a Pola per esercitare la propria professione. Il venerabile si converte pienamente alla fede nel 1930 e, dopo la morte della moglie Elsa nel 1934 che aveva sposato con rito ebraico, sente il desiderio di donarsi completamente a Dio. Nel 1938 chiude l’ambulatorio e decide di farsi sacerdote. L’ordinazione avverrà il 21 settembre del 1940 dalle mani di monsignor Santin, allora vescovo di Trieste, a San Giusto.

Monsignor Marcello, padre di Livio Labor (presidente nazionale delle Acli e deputato socialista) è nominato anche rettore del seminario di Capodistria, ma nel 1943 è costretto a spostarsi a Fossalta di Portogruaro a causa delle persecuzioni naziste, viste le sue origini ebraiche. Alla fine della Seconda guerra mondiale il prete può riprendere le redini del seminario, ma nel ’47 la struttura viene sequestrata dai comunisti di Tito. Don Marcello, arrestato, viene condannato ai lavori forzati. Dopo la liberazione torna a Trieste e assumere l’incarico di rettore del nuovo seminario della città.

Una vita in semplicità e umiltà, come si evince dalle biografie. Riservato, «odiava parlare di se stesso». Nei libri dedicati alla sua esistenza, scritti da monsignor Vittorio Cian, si ricordano anche alcuni episodi avvenuti durante la guerra e il coraggio profuso nella mediazione con i tedeschi per salvare varie vite, nonostante fosse lui stesso perseguitato dai nazisti. In via Bonaparte 2 c’è un piccolo centro dedicato alla figura di Labor. All’entrata ci si trova un vecchio armadietto che don Marcello aveva utilizzato nell’ambulatorio di Pola.

All’interno sono custoditi alcuni strumenti di cui si serviva all’epoca per la sua professione, oltre a una cotta in merletto indossata dal sacerdote.(g.s.)

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