Dal web al matrimonio il sogno di Corrado e Lubos

Si conoscono tre anni fa in internet e a gennaio si sposano nella Grande Mela «Sentivamo il bisogno di un’unione più profonda. A Trieste grande tolleranza»

Le loro vite non si incrociano al parco ingarbugliando i guinzagli dei cani o con uno sguardo rubato tra gli scaffali di una biblioteca. Ma su internet con qualche messaggio e foto. C’è però un preciso momento che Corrado Canulli, cinquantenne originario di Roma, e Lubos Dzuro, slovacco di 44 anni, hanno fissato nel loro cuore. Un momento solo. «Quando ci siamo incontrati la prima volta, dopo mesi trascorsi sul web, ci siamo abbracciati. Il primo bisogno - racconta Corrado - è stato stabilire un contatto, molto fisico, e respirarsi da vicino. Il suo odore... Il feeling... è stato immediato». Scatta con un respiro l’alchimia nella coppia gay che ha appena ottenuto a Trieste la trascrizione del matrimonio sul registro comunale delle unioni civili. «L’interesse tra di noi comincia tre anni fa su un sito – riprende Corrado, ex ballerino di danza classica – come si conoscono tante coppie al giorno d’oggi. Lui lavorava lontano, in un rifugio di montagna, in Alto Adige. Per gli omosessuali il web ha una sua importanza, forse maggiore, perché la sfera degli affetti nella vita reale è molto ridotta e non ci sono molte occasioni di aggregazione».

Da quei messaggini colgono subito qualcosa di possibile. «In lui sentivo intelligenza, sensibilità e umorismo. Mi sono presto reso conto che poteva essere il mio principe azzurro, ho visto in lui una parte di me». Vedersi dal vivo non è una delusione, tutt’altro. «Forse – ricorda Corrado – me l’aspettavo un po’ più sicuro di sé, meno intimorito dal nostro incontro. Poi, continuando a frequentarci ho riconosciuto in lui, oggi mio marito, bontà, attenzione e ascolto. Nella mia vita ho sempre cercato relazioni vere e non solo notti mordi e fuggi». Si piacciono molto, ma gestire un rapporto a distanza – uno in Alto Adige, l’altro qui – non è semplice per nessuno. Vanno avanti per un po’ di mesi, fintanto che a Lubos non scade il contratto di lavoro. Decide che sì, trasferirsi a Trieste dal compagno non è un’idea campata in aria. Convivono un paio d’anni e, come per tutti, all’amore da batticuore subentrano i problemi della quotidianità. «Ma – osserva Corrado – per costruire qualcosa non puoi continuare a fare il fidanzatino, sentivo il desiderio di un’unione più profonda».

Vivono il loro sentimento senza mai il bisogno di nascondersi: «Sono qui stabilmente dagli anni Novanta e la cosa che mi ha sempre colpito di questa città è la sensazione di trovarmi tra gente tollerante, forse un po’ fredda per io che sono romano, ma che non si intriga, non è invadente. Non abbiamo mai avuto difficoltà nemmeno a camminare mano nella mano e baciarci. Il triestino è vivi e lascia vivere».

L’idea del matrimonio inizia a farsi largo quando Lubos sposta la residenza. Come da protocollo all’anagrafe chiedono il motivo della loro convivenza: qual è il vincolo? Parentale? Affettivo? «Affettivo abbiamo risposto, abbiamo dichiarato di essere una coppia. E poi ci siamo detti: il Comune riconosce ciò ma restiamo comunque di serie B perché non possiamo sposarci. Per me il matrimonio non è aver l’anello al dito, ma è giurare che ti prendi cura del compagno finché vivi. Lo volevo fare». Un passo che nasce anche da un’altra consapevolezza: le enormi difficoltà in cui Corrado si era imbattuto nella precedente relazione. Il fidanzato di allora si era ammalato: «Non potevo nemmeno entrare in rianimazione, perché sulla carta non ero nulla per lui». Corrado e Lubos vogliono un vincolo per la vita, che per una coppia gay in Italia si risolve, in caso, in un atto notarile. «Ma noi non volevamo scimmiottare un matrimonio, lo desideravamo davvero». Per sposarsi scelgono New York e si imbattono in un ufficiale che prende tutto il tempo e la cura per la cerimonia, scandendo alcune parole che si insinueranno nel profondo: «Ci domandò guardandoci negli occhi – ripercorre Corrado – se eravamo consapevoli dell’impegno che ci stavamo prendendo l’uno per l’altro».

Era il 15 gennaio 2015. Ora si sono rivolti al Comune di Trieste per la trascrizione. Una scelta di amore e, nel contempo, una battaglia per i diritti. «Lo Stato deve riconoscere che siamo una coppia, speriamo che il nostro gesto apra la strada per quanti hanno paura. Con questa nostra decisione sappiamo che stiamo toccando gli interessi della Chiesa e una certa ideologia politica. Ma siamo in uno Stato, paghiamo le tasse e non crediamo di essere meno degli altri».

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