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Una nuova pista per il delitto Polentarutti

La Procura riparte dalle frequentazioni della vittima. E spunta un misterioso pestaggio prima della scomparsa

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Le ricerche dei sommozzatori nel canale Valentinis 

È partito un nuovo filone di indagine sulla morte del 40enne monfalconese Ramon Polentarutti, in relazione alla recente apertura del fascicolo per omicidio volontario da parte della Procura di Gorizia. Via, dunque, all’attività inquirente, a quasi due anni e mezzo dal rinvenimento delle ossa dell’uomo nel canale Valentinis.

Sotto la lente d’ingrandimento, da quanto s’è potuto apprendere, passerà l’ambiente sociale nell’ambito del quale orbitava la vittima e i rapporti intrattenuti, riconducibili al mondo delle sostanze stupefacenti. Un percorso dunque a ritroso, riesaminando le frequentazioni di Ramon, fino a ricercare elementi utili tra quanti, all’epoca del ritrovamento delle ossa del monfalconese, erano sottoposti alla misura cautelare in carcere. C’è da capire, peraltro, come si orienterà la Procura anche in ordine alla posizione di Roberto Garimberti, che al momento risulta ancora indagato per distruzione e occultamento di cadavere.

Intanto emergono due episodi, collocati nel 2011, poco prima della scomparsa di Polentarutti, avvenuta nell’aprile di quell’anno. Verso la metà di gennaio, Ramon, assieme a un’altra persona, avrebbe messo le mani addosso a un giovane meridionale, per aver infastidito la ragazza dello stesso amico del monfalconese. Circa un mese dopo, durante il periodo di Carnevale, fu invece Ramon vittima di un pestaggio, anche in questo caso nell’area del campanile del Duomo, in via Sant’Ambrogio. Un pestaggio piuttosto violento, ad opera di un gruppo di meridionali. Si tratta di circostanze raccolte dagli inquirenti nel corso delle indagini per vilipendio e occultamento di cadavere aperte all’epoca del ritrovamento delle ossa nelle griglie di raffreddamento della centrale A2A, e ricondotte al monfalconese, per il quale successivamente era stato indagato Roberto Garimberti.

L’indagine è conclusa, come ha spiegato l’avvocato Federico Cechet, che difende gli interessi di Roberto Garimberti, ma ad oggi il suo assistito rimane indagato. Un’indagine piuttosto corposa, composta da migliaia di pagine.

Nel contesto delle indagini, ha riferito il legale, risulterebe inoltre che, di fronte alla scomparsa di Polentarutti, fosse stata espressa l’ipotesi che il monfalconese avesse “riparato” in Spagna, Paese che in qualche modo conosceva essendo stato a lavorare in passato, a Barcellona. Che Ramon ci fosse andato o meno, si fa comunque avanti un interrogativo: Ramon poteva avere paura di qualcuno, oppure poteva nascondere qualcosa? Circostanze per le quali l’avvocato Cechet si chiede se fossero stati eseguiti i dovuti approfondimenti. Il legale pone un’altra questione: «L’assassino di Ramon può aver fatto tutto da solo? Ucciderlo, farlo a pezzi e bruciarlo, per poi disfarsi dei suoi poveri resti?», si chiede chiamando in causa quindi l’ipotesi che possa essere stata opera di professionisti.

L’avvocato Cechet quindi osserva: «Nei confronti di Garimberti s’è sviluppata un’attività di indagine molto consistente. La sua abitazione in via Carducci è stata passata al setaccio. Ad oggi sono emerse di fatto solo tracce di Dna compatibili con Garimberti». Eppure i frammenti ossei rinvenuti nel giardino non sono stati “decifrati” ai fini della verifica genetica, in quanto risultati troppo compromessi. L’avvocato Cechet argomenta: «Non risultano al momento approfondimenti od elementi tali da fornire una risposta precisa sull’identità di quei frammenti ossei, nè sulla loro collocazione storica». Il legale pone inoltre dubbi su quel falò appiccato nel giardino di via Carducci, sul quale si è ipotizzata l’azione di distruzione del cadavere di Polentarutti.

Infine ribadisce: «Le indagini per vilipendio e occultamento di cadavere sono state chiuse senza rilevare l’assunzione di iniziative da parte della Procura. L’apertura, come risulterebbe, di un fascicolo per omicidio volontario, del resto, mi lascia perplesso, a quasi due anni e mezzo dai fatti. Ciò renderebbe alquanto ardua, visto il tempo trascorso, la verifica di ipotesi alternative che possano emergere agli atti e che, nell’imminenza dei fatti, non avevano trovato seguito nelle indagini».
 

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