Cristicchi: «Così ho scoperto il Magazzino 18»

Dopo il successo dello spettacolo sull’esodo, il cantautore romano ha un altro progetto riguardante la città di Trieste

A ogni replica, quando Simone Cristicchi conclude il suo emozionante e toccante racconto in "Magazzino 18", il pubblico pende dalle labbra di questo grande artista, facendosi trasportare dalle ultime note di questo meraviglioso spettacolo. Cristicchi rapisce gli spettatori portandoli in un luogo e in un tempo lontani. Nel momento degli applausi i volti commossi rivelano che senza alcun dubbio il suo racconto tocca gli animi. Con questo suo superbo lavoro, Simone dimostra di essere, non solo un cantante e cantautore di altissimo livello, ma anche un attore poliedrico e impegnato.
Quando ha conosciuto il nostro territorio?
«Ho visitato Trieste per la prima volta nel 2011 in occasione del mio primo lavoro teatrale "Li romani in Russia". Oltre a recitare la sera, passavo il mio tempo a girare per la città, a fare interviste, ad andare a visitare dei luoghi particolari, tra questi anche Magazzino 18. E' stata una bella settimana molto intensa».

Come ha conosciuto la storia degli esuli giuliano-dalmata e cosa ti ha spinto a realizzare a "Magazzino 18"?
«Conobbi la storia grazie alla lettura di un libro "Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani" di Jan Bernas, che poi è diventato coautore del testo dello spettacolo. Mi avevano molto colpito sia il titolo di questo libro sia le belle e dolorose testimonianze degli esuli e dei rimasti. Una fra le storie più toccanti e sconvolgenti è quella di un operaio Monfalconese, che racconta il suo internamento nel lager di Goli Otok».
Durante la serata della prima c'era fermento sul palcoscenico. Quali erano i suoi pensieri prima dello spettacolo? E le emozioni durante quegli interminabili minuti di applausi e di standing ovation?
«Ero molto teso e preoccupato perché temevo che qualcuno rovinasse tutto il lavoro fatto. Mi avevano avvisato, infatti, che c'erano le forze dell'ordine perché si temevano delle contestazioni durante lo spettacolo. Invece credo che non ci sarà più una serata così magica come quella perché, poi, per fortuna, tutto si è sciolto in un grande applauso compresa la mia tensione».
Molte persone escono da teatro segnate da lacrime di commozione, compresi i ragazzi. Pensava di riuscire a raggiungere anche un pubblico giovane?
«No, quando preparo uno spettacolo non lo progetto in base al pubblico che poi dovrà venire a vederlo. Avere, però, un pubblico di giovani e studenti che s'interessano e si emozionano a questa storia è per me un valore aggiunto. Riuscire ad arrivare al cuore dei ragazzi equivale a vincere il festival di Sanremo: un grande traguardo! Probabilmente i ragazzi hanno visto in questa storia una sincerità di fondo, una voglia di farla comprendere e conoscere. I momenti musicali, i filmati, le fotografie e soprattutto il coro arricchiscono lo spettacolo rendendolo "completo" dal punto di vista della drammaturgia».
Si continua a emozionare ogni qualvolta dà vita a "Persichetti"?
«Sì! Ogni sera trovo un pubblico diverso che per la prima volta ascolta questa storia e sento la responsabilità di farla conoscere. E' un argomento particolare, suggestivo e, a tratti, misterioso. Ogni replica è unica! Anche se ci sono, poi, delle serate particolari che rimangono nel cuore e nella mente per tutta la vita… Trieste, Toronto e i luoghi dell'esodo».
Era la prima volta che "lavorava” con dei bambini?
«Sì. Grazie all'intuizione di Antonio Calenda, l'utilizzo del coro, che un po' rimanda alle grandi tragedie greche, ha dato una marcia in più a tutto lo spettacolo. Penso di avere un'anima e uno spirito giovanile e, quindi, stare con i ragazzi e sentire le loro emozioni mi piace! Condividere il palco con i ragazzi acquista tutto un senso più grande».
Ho letto che ha un progetto riguardante la legge Basaglia. Trieste avrà l'onore di vederla ancora protagonista?
«Lo spero. Mi piacerebbe realizzare un'altra opera che possa avere lo stesso successo di Magazzino 18. Anche quest'argomento è delicato. In questi anni ho raccolto materiale e molte storie e mi piacerebbe davvero condividerle con il pubblico e chissà magari avere anche in quel caso un bel coro di bambini».
Grazie Simone! Mi ha fatto capire quando la musica diventa poesia…
Nicole Fernandelli
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