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Il dramma dei profughi a Gradisca

La vita difficile nella struttura di accoglienza. La storia di un intellettuale iraniano caduto in depressione

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Cosa c'è dietro al muro di sei metri di via Udine a Gradisca? Ci sono le strutture ospitanti il Cara e il Cie (centro di identificazione ed espulsione chiuso nell'agosto 2013). Dall'esterno si può notare una piccola porta d'ingresso. A destra sorge il centro di permanenza per i richiedenti asilo, con annesso il Cda (centro di prima accoglienza), mentre a sinistra c'è l'ormai inutilizzato Cie ospitati in un'ex caserma. Secondo la normativa italiana la permanenza massima prevista all'interno del Cara è di sei mesi, occasionalmente estesa fino a due anni. La capienza della struttura è di 205 posti, aumentata rispetto ai 138 posti dell'estate 2013. Spesso, girando per Gradisca, si possono notare ospiti del Cara, liberi dalle 8 alle 20. Spesso ci si domanda come vivono le persone al suo interno, quanto denaro viene loro concesso e come viene gestita la struttura.

La gestione del Cara negli ultimi tempi è stata affidata, tramite una gara di appalto, alla cooperativa "Connecting People", che ha successivamente subappaltato ad un'altra cooperativa, referente per Gradisca d'Isonzo. "Connecting People" però è finita sotto processo. Ma non è questa l'unica problematica del Cara: i dipendenti del centro hanno dovuto attendere a lungo la retribuzione. Si sente spesso dire: «Gli immigrati prendono 35 euro al giorno». In realtà è il costo della gestione della struttura. I servizi e la preparazione dei pasti ammontano a poco più di trenta euro giornalieri, a cui vengono aggiunti 2,50 euro di pocket money al giorno, caricati su una chiavetta e spendibili nei distributori automatici del centro. Oltre a questo, all'arrivo vengono forniti ai richiedenti asilo dei capi di vestiario, un telefono cellulare con una Sim valida per il circuito internazionale con una ricarica già effettuata di 10 euro.

Ma come viene vissuta la permanenza al Cara da coloro che ci vivono? Un’operatrice dell'associazione "Tenda per la pace" racconta un episodio vissuto da un signore iraniano del centro: «Lo chiamavamo "il professore", perché era molto colto. Dopo la permanenza al Cara era entrato in depressione, ed è finito in una struttura per problemi mentali, da cui è fuggito. Ha contattato alcuni suoi compagni ancora ospiti al centro, loro hanno mobilitato la polizia che è riuscita a rintracciarlo tramite il cellulare e l'ha trovato sull'Isonzo dopo aver tentato il suicidio. È stato portato all'ospedale di Gorizia e successivamente ricoverato nel centro di salute mentale. Mi ha detto "al Cara il male mi è entrato dentro piano piano", e dopo essere stato dimesso ha comprato un biglietto per tornare in Iran, dove quasi sicuramente è stato condannato al carcere come oppositore politico. Mi aveva promesso di chiamarmi appena l'avessero rilasciato, sono due anni che aspetto la sua telefonata».

Frequenti sono anche le difficoltà nella preparazione dei pasti (a differenza nostra, le persone provenienti dal medioriente fanno fatica a digerire pasta o altri alimenti), soprattutto considerando che agli ospiti non è permesso cucinare all'interno del centro. «Una volta abbiamo organizzato un pranzo con alcuni ospiti - spiega ancora la volontaria della "Tenda per la pace" - e sono rimasti allibiti dal potere usare posate di metallo: al Cara ci sono solo quelle di plastica, per motivi di sicurezza. Non mi sconvolgo troppo del fatto che alcuni di loro scelgano di tornare in patria».

Agata Spessot

III Liceo Classico

“Dante Alighieri”

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