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Omicidio Cermelli, ulteriore sopralluogo

Lo ha disposto la Corte d’Assise d’appello accogliendo la richiesta del legale di Tepeku

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In un sopralluogo l’ultima speranza per Ramadan Tepeku, il giardiniere kosovaro di 42 anni, condannato in primo grado a trent’anni per l’omicidio di Bruna Cermelli, 76 anni. Il sopralluogo di giudici e avvocati della Corte d’assise d’appello è previsto per il prossimo venerdì 27 marzo. Lo ha disposto con un’ordinanza la Corte d’assise d’appello presieduta da Piervalerio Reinotti, a latere Fabrizio Rigo e composta dagli otto giudici popolari. È una conseguenza dell’accoglimento dell’istanza del difensore del giuardiniere kosovaro, l’avvocato Cesare Stradaioli. In quella circostanza i giudici avranno la possibilità di rendersi conto sul posto di una testimonianza che è stata definita essenziale. Si tratta di quanto più volte affermato la vicina di casa Isabella Furlan.

Che ha descritto un giovane di circa 30 anni che, considerato dove si dirigerà dopo, fa un salto pericoloso e del tecnicamente tutto tecnicamente insensato, vestito con abiti di cui descrive il colore. Una descrizione - così emerge nei motivi d’Appello - del tutto diversa di Tepeku che non è neppure alto 1 e 80, bensì 1 e 73 – che conosce bene quei luoghi e che «dunque - secondo il difensore - non ha avuto nessunissima ragione al mondo di fare quel percorso».

Ma il sopralluogo servirà anche per chiarire l’aspetto delle celle telefoniche. Che sempre secondo il difensore del giardiniere non spiegherebbero gli spostamenti dell’imputato. Infine, nella circostanza, si parlerà anche del portachiavi con un ciondolo con la scritta Austrialia e le chiavi che aprivano a porta della villetta. «Nessuno di questi oggetti apparteneva né all’imputato né alla vittima. - dice l’avvocato - E dunque: se l’uomo visto dalla Furlan era Tepeku, e avendo la stessa affermato con certezza che né lei né il marito hanno più guardato fuori dalla finestra di casa è evidente che almeno una seconda persona è entrata dopo di lui, che evidentemente ha svolto la funzione di ‘cavallo di Troia’, riuscendo a entrare con la scusa della familiarità, per poi consentire l’accesso al complice».

Al termine della sua requisitoria il procuratore generale Carlo Sciavicco ha chiesto la conferma della condanna inflitta in primo grado: trent’anni di carcere. «Il nostro intento - ha scritto Stradaioli nel ricorso in Appello - è quello di ottenere l’assoluzione dell'imputato da tutti i fatti ascritti, nella convinzione che in diversi punti gli indizi a favore dello stesso, contrariamente a quelli portati dalla Procura, siano da riconoscersi come connotati dai caratteri di gravità, precisione e concordanza che consentano loro di assurgere a livello di prova».(c.b.)

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