La diffamazione corre sul “social”: querele salite del 20% in un anno

Un utente mentre sta entrando in Facebook

L’avvocato Ferrucci: «Insulti hanno ormai una diffusione incontrollata» La polizia postale: «Non è difficile individuare chi agisce dietro un falso profilo»

C'era una volta il mondo reale. Quello dove le persone, per discutere, usavano ancora la parola e si guardavano dritte negli occhi. Quello stesso mondo in cui un'offesa poteva viaggiare su carta o, al massimo, finire per marchiare il muro di qualche palazzo. Storia vecchia? Così pare. Perché al giorno d'oggi, nell'era di sua maestà Facebook, anche la diffamazione è diventata "social". E a Trieste, come in tutto lo stivale, sono sempre più numerose le "denunce 2.0" che ricoprono le scrivanie della Procura della Repubblica. Nel 2014 le querele per diffamazione su social network raccolte dalla sola Polizia postale nella nostra città - e in tutta la regione - hanno registrato un incremento medio di circa il 20% rispetto all'anno precedente.

Un'Istantanea parziale, certo. Ma che ben delinea il trend di un fenomeno figlio di questi tempi. «Come tutti i reati connessi all'uso della tecnologia - sottolinea l'avvocato Luca Maria Ferrucci - anche le diffamazioni su social network sono in aumento. Il modo istantaneo di esprimersi e relazionarsi spesso lascia sfuggire apprezzamenti e considerazioni che non hanno gli stessi effetti di un pensiero tenuto per sé o di una parola detta tra familiari. E questo perché la tecnologia, e dunque anche internet, ne consente una diffusione incontrollata».

Il reato di diffamazione - semplice o aggravata - è inquadrato dall'articolo 595 del codice penale. Tale condotta può realizzarsi sia attraverso la comunicazione orale, sia tramite stampa o qualunque altro mezzo di pubblicità.

«Nel primo caso - spiega Ferrucci - è punito con la reclusione fino a un anno e una multa massima di 1032 euro. Nel secondo, al contrario, è previsto un inasprimento della pena, con la reclusione da sei mesi a tre anni e una multa non inferiore a 516 euro».

E se insulti e commenti troppo spinti viaggiano sul web? Mancando una figura autonoma dell'illecito in questione, sulle diffamazioni a mezzo internet pesa una sorta di gap legislativo. Un bel grattacapo, direbbe qualcuno. Non proprio. Trattandosi di offese recate con «qualsiasi altro mezzo di pubblicità» - e di conseguenza visibili ad un numero indeterminato di persone - tale reato ricade per forza di cose nella fattispecie aggravata.

Niente più pensieri a briglie sciolte, insomma. Perché il rischio di finire per essere pizzicati con le mani nella marmellata c'è. E a nulla potrà servire nascondersi dietro ad un pc. «Facendo riferimento ad una serie di dati tecnici - spiega Pasquale Sorgonà, dirigente del Compartimento regionale di Polizia postale e delle comunicazioni - è possibile individuare chiunque agisca dietro ad un falso profilo. I reati di matrice informatica, dalla sostituzione di persona alle truffe, sono senza dubbio in crescita. Per questo motivo nel corso dell'anno organizziamo una serie di incontri rivolti ai giovani con lo scopo di metterli in guardia sui molteplici rischi del web". Che non sono pochi. «Il nostro approccio alla tecnologia - conclude l’avvocato Ferrucci - prima che una questione giuridica è un problema di livello di qualità della vita.

«Dovremmo imparare a misurare velocità e modalità di impiego della stessa; se lo facessimo riusciremmo a vivere in modo più rispettoso nei confronti delle esigenze umane e, conseguentemente, anche degli altri a livello legale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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