«Sulle foibe non c’è il segreto di Stato»

L'esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba (Foto di archivio)

Il segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri risponde al sindaco che replica: «Contenuti deludenti»

«Con riferimento alle sue note del 3 giugno e del 14 ottobre 2014, Le comunico che, a seguito di approfonditi accertamenti, sulla questione delle foibe non risulta mai essere stato apposto il segreto di Stato».

A scriverlo è il segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri Mauro Bonaretti che ha risposto, attraverso una lettera, alle richieste che il sindaco Ettore Romoli aveva indirizzato al premier Matteo Renzi: lettera che il primo cittadino ha deciso di rendere nota proprio in coincidenza della Giornata del Ricordo che verrà celebrata quest’oggi. Ma c’è un successivo passaggio che non sembra lasciare spazio all’ottimismo. «La contemporanea attività di ricerca presso gli archivi degli Organismi di sicurezza, di carteggio afferente la cennata vicenda ha dato, al momento, esito negativo», rimarca Bonaretti. Non ci sarebbero cioé documenti meritevoli di interesse.

E il sindaco non nasconde una certa delusione. «La risposta - sottolinea - mi è apparsa abbastanza deludente. Sembrerebbe, interpretando la seconda parte della missiva, che non c’è alcuna documentazione utile a fare chiarezza negli archivi dei cosiddetti “Organismi di sicurezza”. Ciò va a cocciare con quanto affermano certi studiosi che hanno sempre parlato della presenza di documenti secretati». Il sindaco cerca, comunque, di prenderla con filosofia: «Non posso che prenderne atto», conclude senza polemizzare e alzare i toni.

Come si ricorderà, per annunciare la sua iniziativa, Romoli organizzò nel maggio dello scorso anno una conferenza stampa. «Il Governo tolga il segreto di Stato sulla tragedia delle foibe». Lo chiese in quell’occasione direttamente al presidente del Consiglio Matteo Renzi, al quale - annunciò - avrebbe inviato in giugno una lettera formale. Le missive, poi, sono state due: se ne aggiunse un’altra a ottobre.

Con quelle comunicazioni, Romoli, a nome di tutta la cittadinanza goriziana, aveva chiesto che Renzi facesse seguito alla simile iniziativa relativa alle stragi che hanno segnato gli anni Settanta e Ottanta del Paese, togliendo il segreto di Stato anche ai documenti ancora in possesso del Governo sui tragici fatti dei “quaranta giorni” iniziati nel maggio del 1945, quando a guerra conclusa oltre 600 persone vennero prelevate dalle loro case dai partigiani titini per non fare più ritorno a casa.

«Il presidente Renzi ha encomiabilmente tolto il segreto di stato sulle stragi italiane del passato, e prendendo spunto da questo gli chiediamo ora che faccia lo stesso sui fatti che riguardarono Gorizia in quei tragici giorni del ’45 - disse nel maggio scorso Romoli -. La mia iniziativa, sia chiaro, non ha nella maniera più assoluta nessun intento vendicativo, o di riapertura di vecchie ferite, ma tende solo alla verità. Vorremmo che i documenti rimasti sino ad ora celati potessero essere messi a disposizione degli storici, per stabilire esattamente cosa accadde in quei giorni, e dare soprattutto a centinaia di famiglie un luogo dove piangere i propri cari scomparsi».

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