Conte Verde, 12 milioni al Lloyd Triestino

Il Conte Verde in navigazione

A 70 anni dall’affondamento imposto da Roma, il Tribunale condanna il ministero a risarcire: cifra in “eredità” a Italia Marittima

Dodici milioni di euro. A settant'anni dall'affondamento del transatlantico Conte Verde, il nostro ministero dell'Economia e delle Finanze è stato condannato a risarcire con questa ingente somma il Lloyd triestino, già proprietario della nave. La somma verrà intascata dall'Italia Marittima, la società "erede" del Lloyd oggi controllata dagli investitori taiwanesi del Gruppo Evergreen. Una prima tranche di svariati milioni di euro, uscita dalle casse dell'erario italiano, è già finita nelle mani dei proprietari cinesi ai quali il Lloyd è stato ceduto nel 1998 dai nostri governanti. Il "tesoro", o meglio i documenti che attestavano le varie fasi della perdita del Conte Verde, erano nascosti tra le "carte" dell'archivio della società di navigazione ma nessuno dei manager italiani ne sospettava l'esistenza. Buio totale. I taiwanesi, una volta diventati padroni, hanno scoperto questi documenti; ne hanno intuito le potenzialità a livello giudiziario, si sono fatti avanti. E hanno vinto. Chi ha perso, forse è inutile dirlo, non è il ministero delle Finanze, ma tutti i cittadini italiani.

Ecco i dettagli di questo "regalo" a Taiwan. La clamorosa sentenza è stata pronunciata dai giudici della Corte d'appello di Roma che hanno ribadito nei giorni scorsi il giudizio del Tribunale civile della capitale: anzi lo hanno appesantito, aumentando l'entità del risarcimento portato dagli otto milioni della sentenza di primo grado ai dieci milioni di euro di quella di appello. A questa cifra dovranno però essere affiancati almeno altri due milioni di interessi maturati fino a oggi dal giorno in cui la società di navigazione ha avviato la causa civile. Era il 2004 e la società armatrice era ricorsa ai giudici dopo aver inutilmente bussato alla porta del ministero delle Finanze. «Chiediamo i danni di guerra per la perdita del Conte Verde di cui siamo stati proprietari: tre leggi italiane, susseguitesi nel tempo, ci offrono questa possibilità. La domanda di risarcimento non è prescritta proprio per effetto di uno di questi provvedimenti».

In effetti il Conte Verde non esiste più da 70 anni, da quando su ordine del nostro Governo si autoaffondò nella baia di Shanghai. Era il 9 settembre 1943, il giorno successivo all'annuncio dell'armistizio con gli anglo-americani. L'Italia, ormai sconfitta e in parte invasa, usciva dal conflitto e dall'alleanza con la Germania hitleriana e con il Giappone. E proprio perché il transatlantico non finisse in mani nipponiche Roma ne ordinò l'autoaffondamento. Il comandante Edmondo Chinca incaricò i macchinisti di aprire le valvole e sul libro di bordo registrò l'ora del "suicidio" del transatlantico: erano le 7.30 del mattino. Sulla stessa pagina, con identica calligrafia, si legge la frase: «Viva l'Italia, viva il re». In quelle stesse ore Vittorio Emanuele terzo stava scappando verso il Sud con il primo ministro Pietro Badoglio e con altri generali. I soldati al contrario erano stati abbandonati al loro destino: senza ordini, lasciati in balia degli ex alleati tedeschi, fatti prigionieri e avviati ai lager.

Anche l'equipaggio del Conte Verde finì in un campo di concentramento giapponese dove i marinai e gli ufficiali subirono maltrattamenti di ogni sorta. Lo scafo fu recuperato poco dopo e gli fu imposto il nuovo nome di Kotobuki Maru. La Marina giapponese pensava di farne un trasporto truppe o una portaerei ausiliaria, ma l'8 agosto 1944 un bombardamento aereo americano mise fine all'iniziativa. Ridotto a rottame, il transatlantico fu rimorchiato in Giappone per essere demolito. Nel 1951 venne restituito all'Italia - ma solo a livello documentale - e poco dopo iniziò la rincorsa ai danni di guerra.

Nei primi Anni Novanta il Lloyd triestino ricevette come indennizzo 19 miliardi di lire e li investì, come voleva la legge, nell'acquisto della portacontainer Nuova Trieste. Lo Stato si impegnò anche a pagare gli interessi sulla cifra residua necessaria all'acquisto della portacontainer ma non rispettò questo impegno fino in fondo. Anzi si "scordò" presto di pagare. Ora invece di fronte alle due sentenze a esso sfavorevoli ha già versato parte del dovuto ai cinesi di Evergreen. Ma un nuovo "round" potrebbe svolgersi a breve davanti alla Corte di Cassazione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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