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Ateneo, riforma sui finanziamenti: la riduzione si ferma sotto il 2%

Il nuovo criterio dei “costi standard”. Fermeglia: tagli compensati grazie ai buoni risultati ottenuti su altre voci, la strada è quella del riassestamento

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Nuovi criteri di riparto del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) delle Università, si parte: il ministero ha pubblicato decreto e tabelle. Per il 2014 la decurtazione «non drammatica» per l’Ateneo triestino su queste nuove basi è stata dell’1,88% - poco meno di 1,7 milioni di euro - e tale dunque da poter essere ammortizzata con aggiustamenti in corso. Per il futuro, «ora che Roma ha reso noto l’algoritmo» di base, «possiamo iniziare a fare previsioni: il calo ulteriore» di risorse «ci sarà certamente, dovremo cercare di compensarlo per quanto possibile con un rilevante lavoro sulla quota premiale», una delle altre componenti del finanziamento in gioco: «Non ci sono alternative».

Così il rettore Maurizio Fermeglia commenta il meccanismo introdotto. Dei circa 5 miliardi di euro complessivi a disposizione per la “quota base”, che vale il 75% del totale, il 20% - qui la novità - viene assegnato non più in base alla spesa storica, ma al “costo standard di formazione per studente in corso” che risulta dal conteggio di più fattori, dalle strutture didattiche necessarie (uno studente di Filosofia “costa” meno di uno di Medicina) all’anzianità media dei docenti. Il costo standard per studente a Trieste (ma non c’è grande differenza con altri atenei, annota Fermeglia) risulta di circa 6.600 euro: ed è la cifra da moltiplicare per numero di studenti. Da questi calcoli dunque il finanziamento decurtato sullo “storico”. Anche se la riduzione è risultata contenuta grazie al fatto che sulla quota “premiale” (in cui rientrano più voci, dall’internazionalizzazione al reclutamento alla ricerca) «siamo andati bene, recuperando un po’».

La riduzione dell’1,88% è però destinata ad aumentare, giacché se a oggi il costo standard interviene a definire il 20% della quota base, negli anni a venire salirà al 100%. Con gradualità indispensabile: in caso contrario «avremmo avuto subito una decurtazione di 4,5 milioni. E a livello nazionale si sarebbe ripresentato il problema della chiusura di qualche ateneo», dice il rettore.

Resta il fatto che, secondo i calcoli del Sole 24 ore, il sistema a regime porterà a Trieste una differenza negativa del 20,9% in uno scenario che ha “premiato” invece gli atenei medio-piccoli, cresciuti negli ultimi anni ma rimasti bloccati sinora per i finanziamenti in base alla dimensione “fotografata” tempo fa. Il rettore comunque non è contrario al nuovo sistema: «Se a Roma i conti sono stati fatti bene, tutti gli atenei si dimensioneranno nel giusto modo. L’operazione andava fatta, ne ero perfettamente conscio e per questo da subito ho sposato una politica di taglio dei costi: bisogna riassestarsi, questa è la strada».

Ma come contenere i tagli dal costo standard? Continuando a intervenire sulla quota “premiale”: del resto quella della ricerca è da sempre una delle direzioni indicate da Fermeglia. La prima strategia comunque resta l’essere vigili sulle spese: «Abbiamo un 80% di costi incomprimibili fra stipendi e servizi, ma qualcosa da recuperare ancora c’è».

Resta però, in questo quadro, quello che lo stesso rettore definisce un problema. Anzi, il problema. E «molto serio». Il costo standard moltiplica la cifra per il numero degli studenti in corso, che sono poco più di 11mila: ma quelli fuori corso per Roma non esistono, anche se sono circa 8mila. E dunque, pur contribuendo con le proprie tasse, rappresentano in realtà per l’Università una penalizzazione economica. «Quello dei fuori corso è stato uno dei temi di cui più si è parlato con i colleghi» dice Fermeglia, «come si fa a diminuirne il numero?» Una soluzione sta nell’«accompagnare» i ragazzi al sostenere gli esami in tempi giusti («non parliamo certo di 18 politico, beninteso, ma di organizzazione della didattica»). L’altra carta è quella dell’iscrizione part-time, che per il ministero vale “mezzo studente”. Un “mezzo” che farebbe grandi cose, esemplifica Fermeglia: «Se gli 8mila fuori corso si iscrivessero part-time, noi recupereremmo 4mila studenti. E non avremmo quasi alcuna penalizzazione».

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