Il procuratore Guariniello: «Migliaia di morti d’amianto senza saperlo»

Raffaele Guariniello

«Rivalutare questi casi è una battaglia di giustizia sociale». Le similitudini di Monfalcone con Casale Monferrato

«Oltre a quelli accertati, in Italia ci sono stati migliaia di morti causate dall’esposizione all’amianto, ma fino a quando non si faranno accurate ricerche nei registri dei Comuni e delle aziende sanitarie si continuerà a perpetuare un’ingiustizia nei confronti di queste vittime».

È l’opinione del pm della Procura di Torino, Raffaelle Guariniello, considerato il magistrato che più di altri si batteper rendere giustizia alle vittime dell’amianto. Il Piccolo ha intervistato Guariniello sull’onda della vicenda che riguarda il primo maxi-processo per 81 ex cantieri morti a causa dell’esposizione al killer bianco. Dopo un anno dalla sentenza il giudice Matteo Trotta non ha ancora depositato la motivazione, bloccando il corso della giustizia.
Guariniello, qual è la sua opinione su questo caso?

«Preferisco non entrare nel merito. Posso però ricordare la tempistica del processo per disastro doloso ai danni dei proprietari degli stabilimenti Eternit».
Dunque, in quale arco di tempo si sono sviluppati i tre gradi del processo?
«La sentenza di condanna di primo grado è stata emessa il 13 febbraio del 2012. Il 14 febbraio dell’anno successivo c’è stata la sentenza della Corte d’Appello, il 19 ottobre di quest’anno è iniziato il processo in Cassazione, che ha sancito al prescrizione lo scorso 19 novembre».

Questa invece la tempistica del primo maxi-processo per amianto al Tribunale di Gorizia: nel 2009 chiusura dell’indagine e richiesta di rinvio a giudizio, nei primi mesi del 2010 inizio del processo, il 15 ottobre del 2013 la sentenza di primo grado, poi il nulla. Nel frattempo è iniziato il secondo maxi-processo. Riassumendo: a Torino il procedimento per disastro doloso è giunto a termine in poco più di due anni; a Gorizia dopo quattro anni deve ancora essere completato il primo grado. Ma il pm Guariniello muove un’osservazione.
«Il nostro procedimento è suddiviso di due tronconi: il primo riguarda il disastro doloso, il secondo l’omicidio colposo. Abbiamo concluso le indagini del primo troncone che riguarda la morte di 256 persone. Ora stiamo per chiudere le indagini della seconda trance. Ma uomini e donne continuano a morire e altre indagini si apriranno».

Perché avete cominciato dall’indagare per disastro doloso?
«Ci siamo mossi sulla scia della giurisprudenza relativa alle catastrofi industriali. Sostanzialmente abbiamo prima dimostrato che nella zona di Casale Monferrato tutta la comunità è stata vittima della produzione di eternit. L’indagine per omicidio colposo è più complessa. Bisogna avvalersi di esperti, di consulenti, ricostruire la storia sanitaria e lavorativa delle vittime, incrociare i dati».
Qual è il punto di forza della Procura di Torino rispetto alle altre?
«Da oltre vent’anni al Tribunale di Torino è operativo l’osservatorio sui tumori professionali. Abbiamo esaminato e archiviato quasi 30mila casi. Significa aver ricostruito le tappe professionali di ciascun malato e individuato le ditte presso le quali ha lavorato».
Senza uno strumento del genere è impossibile identificare il nesso causa effetto per tanti casi sospetti di letale esposizione all’amianto?
«Significa che ci sono un’infinità di lavoratori morti a causa dell’amianto senza averlo saputo. Per questo ritengo che una battaglia di giustizia sociale vada affrontata scavando negli archivi».
 

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