Amianto, dopo un anno non c'è traccia della sentenza

L'aula dove si è ecelebrato il primo maxi-processo per amianto

Attesa da record (negativo) del deposito. Il presidente Sansone: "Ho esercitato i miei poteri di vigilanza"

Un anno e 20 giorni. A tanto ammonta l’attesa del deposito della sentenza di primo grado per la morte causata dall’esposizione all’amianto di 81 operai del cantiere di Monfalcone. La sentenza fu emessa il 15 ottobre del 2013 dal giudice unico Matteo Trotta.
Fu l’ultimo atto della sua permanenza al Tribunale di Gorizia. Trasferito alla presidenza del Tribunale di Trieste di lui e della sentenza si sono perse le tracce. Un anno e 18 giorni rappresentano un arco di tempo ingiustificabile sotto tutti i punti di vista. È tarpato così il diritto alla giustizia sia delle parti lese che dei condannati in primo grado. Tale situazione è una spina nel fianco dolorosa per il Tribunale di Gorizia, che sotto la spinta del nuovo presidente Giovanni Sansone sta cercando di rendere più efficiente il palazzo di giustizia.
Sul caso specifico Sansone preferisce non parlare. Tuttavia si coglie nella sua espressione l’imbarazzo per la situazione. Le uniche parole che Sansone concede sono: «Ho esercitato tutti i miei poteri e doveri di vigilanza». La traduzione non autorizzata suona così: la Corte d’Appello di Trieste e il Csm sono al corrente della scabrosa vicenda.

Il vantaggio di Trotta, se così si può dire, è che le istituzioni pubbliche non lo incalzano. Al pari dei sindacati, al di là della costituzione di parte civile e al relativo risarcimento (75mila euro al Comune di Monfalcone, 106mila alla Provincia, 250mila a Regione e Inail, 75mila alla Fiom-Cgil, 25mila all’Aea e 7mila al Codacons) gli enti indennizzati hanno voltato le spalle alla vicenda amianto. Non c’è traccia di delibere, mozioni, ordini del giorno o altri atti formali che in qualche modo possono mettere con le spalle al muro il giudice.
Il cosiddetto primo maxi-processo per l’amianto è il più complesso mai celebrato al Tribunale di Gorizia nel dopoguerra. Ma nemmeno gli storici processi di mafia hanno subito tempi così lunghi del deposito della sentenza. La sentenza del processo aveva visto condannati 13 (su 39) tra amministratori e dirigenti dell’ex Italcantieri colpevoli di omicidio colposo per le morti di 81 lavoratori del cantiere di Panzano in seguito a malattie professionali legate all’amianto. C’è il rischio fondato che, di questo passo, scadano i tempi della prescrizione. Anzi, sembra che per qualcuno degli imputati siano già scaduti.
Lo sfondo di questa pagina nera della giustizia di casa nostra è l’amianto. Un argomento che non “tira” nonostante le centinaia di morti solo tra gli ex cantierini.
Un altro elemento significativo che aiuta a leggere in controluce il “disturbo” che la vicenda amianto provoca tra le istituzioni e l’attuale dirigenza della Fincantieri (ovviamente in alcun modo responsabile dei decessi) è la sparizione dalle pagine monfalconesi de Il Piccolo delle notizie dei decessi di ex operai del cantiere.
Tale tendenza si è notata da metà maggio in poi, tranne rare eccezioni.
Gli esperti hanno più volte ripetuto pubblicamente che i decessi sarebbero proseguiti fino al 2020 almeno, con una frequenza pari se non superiore rispetto a quanto accaduto nell’ultimo decennio. Delle due l’una: o hanno sbagliato gli esperti, o i decessi vengono tenuti nascosti all’opinione pubblica.
E sempre in tema di amianto si sono perse nella polvere le promesse di un effettivo potenziamento del centro amianto al San Polo di Monfalcone. Trotta può davvero stare tranquillo e prendersi ancora qualche mese per scrivere la sentenza.
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