Fusione Rossetti-Css Udine Cosolini spinge, Budin frena

L’ipotesi del teatro nazionale prevista dal decreto non attira il presidente dello Stabile: «Meno soldi da soli? Non è detto». Il sindaco: «Più requisiti, più fondi»

Il dibattito sui destini dello Stabile regionale, alla luce della riforma dei teatri fatta per decreto dal ministro Dario Franceschini, fa tirare aria instabile sopra il Pd. All’origine della perturbazione c’è l’approccio diverso, se non opposto, tra Roberto Cosolini e Milos Budin (uno sindaco e l’altro presidente del Cda del Rossetti, entrambi espressione del Pd, il secondo peraltro designato dal primo) nei confronti di un’eventuale fusione tra il Rossetti stesso e il Css di Udine. Verso la quale uno (Cosolini) spinge e l’altro (Budin, ma non solo, visto che esiste una nota stampa di venerdì in cui proprio il personale del Rossetti si fa granitico attorno al suo presidente) frena.

L’idea di fondo, caldeggiata per inciso da Debora Serracchiani, è quella di creare una specie di super-teatro con le carte in regola per scalare di rango ed entrare nella futura élite dei cosiddetti “teatri nazionali”, senza doversi fermare al gradino sotto dei “Tric”, i “teatri di rilevante interesse culturale”, in base alla diversificazione di classe prevista dalla riforma Franceschini per gli stabili. Non sarebbe mera questione di prestigio, ma anche e soprattutto di soldi, per le possibili - è presumibile - differenti linee di finanziamento in arrivo dal Fus, il Fondo unico per lo spettacolo.

La governatrice (che ora si gioca pure questa partita, dacché il suo assessore alla Cultura Gianni Torrenti è formalmente sospeso per l’inchiesta della Procura sul suo conto) sta imbastendo per intanto una trattativa a triangolo differita. Il 2 settembre ne ha parlato con Cosolini a Trieste, qualche giorno più tardi ha fatto lo stesso con il sindaco di Udine Furio Honsell nel capoluogo friulano. La dead-line è la fine dell’anno: a gennaio va inviata la documentazione a Roma con la lista dei requisiti.

A Udine, ad oggi, tutti sembrano, chi più chi meno, favorevoli. A Trieste non altrettanto. «Da quanto ne sappiamo e ne abbiamo capito per adesso dopo i disorientamenti iniziali - così Budin - un teatro sarà nazionale se più dei tre quarti della sua stagione consisteranno nella rappresentazione nella propria sede di proprie produzioni. Così puoi dare pochissima ospitalità, e cala la varietà dell’offerta. Oggi a Trieste, tanto per capirci, puoi vedere il meglio, gli attori e gli spettacoli più quotati d’Italia. Se la logica è quella di seguire le esperienze del Royal theatre di Londra o della Comédie française di Parigi, ha senso farne due, massimo tre, uno a Milano, un altro a Roma e un terzo al Sud. Se invece dovesse prevalere un po’ ovunque il solito trucco, l’escamotage alla norma per ottenere o conservare quote di finanziamento, e i teatri nazionali dovessero cominciare ad essere tanti, otto, nove o dieci, allora è ovvio che dovremmo muoverci pure noi». «Ma chi, chi lo dice - è la sfida del presidente del Rossetti - che saremmo penalizzati se fossimo un Tric? Chi lo dice che saremmo declassati? Calma. Nel decreto Franceschini sta scritto che per i teatri nazionali gli enti locali saranno chiamati a concorrere nella misura del 100% del Fus, e per i Tric nella misura del 40%. Però la nostra Regione, che è a Statuto speciale, ha appena fatto una legge nuova in cui si dice che la Regione stessa contribuirà alla vita dei teatri nella stessa misura delle risorse che questi teatri prenderanno dal Fus». «Il Rossetti - la chiosa di Budin - è un fattore attivo della specialità regionale, ha un’attrazione sempre più forte al di là degli ex confini oltre a contare 170mila presenze in una stagione. Credo sia un quadro di forte interesse regionale. Eppoi nel resto del Friuli Venezia Giulia altri teatri hanno altre specialità, altri riferimenti territoriali che meritano a loro volta dignità».

«Ricordo - è la risposta di Cosolini - che quando è uscito il decreto in estate Budin aveva chiesto che la politica si desse da fare per far sì che il Rossetti potesse essere un teatro nazionale. Tra i requisiti per diventarlo c’è la presenza di una scuola, e il Css di Udine ha l’Accademia Nico Pepe. Questa strada va perseguita perché più requisiti significano più finanziamenti, e anche perché se Rossetti e Css non rientrano in una categoria diversa la vedo difficile mantenere ben quattro teatri stabili tutti nell’unica seconda fascia, di cui tre nostri, visto che oltre al Rossetti ci sono la Contrada e lo Sloveno. Va bene che siamo triestinocentrici, ma mi pare troppo. Rossetti e Css insieme avrebbero comunque come sede principale la nostra città, se è vero che è il Rossetti ad essere lo Stabile regionale, il teatro di riferimento di tutta una Regione, e non sempre lo è stato fino in fondo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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