Sertubi, i dipendenti fanno muro contro il trasloco dei macchinari

Gli operai della Sertubi durante una manifestazione di protesta in una foto d'archivio

Pepe (Cisl): «Jindal vuole portare in India le centrifughe che producono tubi. Ma se Arvedi ci dà la ghisa, da 70 rimasti possiamo tornare in 250»

I dipendenti della Sertubi fanno quadrato attorno alle macchine e ai mezzi di produzione per impedire la spoliazione della fabbrica. Jindal Saw, la società indiana che ha preso in affitto da Duferco per cinque anni, fino ad agosto 2016, lo stabilimento di via von Bruck declassandolo a centro di verniciatura e smistamento, ha ora intenzione, secondo quanto accusano le rsu, di portare in India le tre macchine centrifughe di Trieste che servono a creare i tubi, togliendo così di mezzo qualsiasi premessa per una possibile ripresa della produzione in loco. «Non intendiamo permetterlo - è il grido di battaglia che lancia Michele Pepe, rsu di Fim-Cisl - proprio ora che Arvedi sta dando segnali concreti di come a Servola continuerà la produzione di ghisa che è anche la nostra materia prima per cui anche per noi possono aprirsi nuove interessanti prospettive.» Una riunione fiume in Confindustria alla quale erano presenti i vertici della società indiana non ha portato ad alcun accordo. «E ora Jindal Saw - riferisce ancora Pepe - minaccia di non rinnovare il contratto d’affitto. Il termine per la disdetta è fissato a un anno dalla scadenza, cioé già nell’agosto 2015, per cui a breve temiamo un’ulteriore riduzione dell’attività se non addirittura la chiusura dell’azienda.»

Oggi in Sertubi sono “sopravvissuti” 70 dipendenti, ma di questi soltanto una trentina sono operai, per il resto si tratta di tecnici e impiegati. Le macchine sono ferme, i tubi vengono fabbricati in India e importati e poi in via von Bruck si fanno soltanto le operazioni di cementazione e verniciatura, «soprattutto per potervi appiccicare sopra - sostengono i sindacalisti - l’etichetta “made in Europe”.» Dei 156 cassintegrati iniziali, ne resistono soltanto una quarantina che a dicembre saranno messi in mobilità. Di tutti gli altri alcuni sono riusciti a “riciclarsi” con contratti a tempo determinato in altre aziende della zona, la maggioranza ha preferito incassare le tredici mensilità di “buonuscita” sperando poi in una nuova occupazione, «perchè vivere e magari dover mantenere la famiglia con gli 800 euro al mese della “cassa” - sostiene Pepe - è impresa improba.»

Dopo la trattativa fallita in Confindustria, le rsu di Sertubi hanno chiesto un incontro in Regione, ma non hanno ancora ottenuto risposta, mentre a settembre a Trieste dovrebbe svolgersi un confronto con Antonio Gozzi che oltre a essere alla guida di Duferco, ancora proprietaria di Sertubi, è anche presidente di Federacciai. «Ma già alla Conferenza dei servizi di venerdì a Roma dove sarà trattato l’Accordo di programma quadro per Servola - rivendica Pepe - chiediamo di esserci anche noi perché anche Sertubi rientra nella crisi industriale complessa che è stata riconosciuta a Trieste. In quella sede la Regione dovrebbe tirar fuori il piano di ripresa produttiva per Sertubi che abbiamo già consegnato mesi fa e che è stato messo in qualche cassetto.» Chiave di volta del piano è proprio il trasferimento di Sertubi nell’area di Servola, nell’edificio dell’ex acciaieria che si estende su 27mila metri quadrati, mentre l’attuale stabilimento occupa solo 12mila metri quadrati. «Lì - sostiene Pepe - potremmo anche coesistere con il laminatoio a freddo già annunciato da Arvedi e la stessa Ferriera ne ricaverebbe un vantaggio vendendo anche a noi la ghisa prodotta.» Secondo lo studio, redatto da alcuni consulenti tecnici delle rsu, sarebbe necessario un investimento di 15 milioni di euro, ma a regime la nuova Sertubi potrebbe dare lavoro a 250 persone: 180 addetti alla produzione dei tubi, 65 addetti alla produzione degli accessori e alla logistica, 5 esperti nel settore ricerca e sviluppo prodotto e reti idriche.

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