Fincantieri taglia la privatizzazione

Ridotto di un terzo il collocamento sul mercato. Più azioni ai piccoli risparmiatori. Fintecna non vende: salta l’incasso del Tesoro

TRIESTE. Sotto le aspettative. Il lancio sul mercato di Fincantieri ha ottenuto un risultato inferiore rispetto a quello atteso alla vigilia. La prima privatizzazione dell’era Renzi comincia così in sordina. La nota ufficiale di fine Ipo proclama un’offerta da 450 milioni per un controvalore di 351 milioni, in quanto i tre consigli coordinati di Cdp (Cassa depositi e prestiti), Fintecna, Fincantieri hanno optato per un prezzo “popolare” di 0,78 euro, la punta più bassa della “forchetta” che si estendeva fino a 1 euro. La capitalizzazione dell’azienda ammonta a 1320 milioni. Il titolo Fincantieri esordirà a palazzo Mezzanotte giovedì 3 luglio. La controllante Fintecna non venderà alcuna azione, ma ne metterà a disposizione delle banche “global coordinator” 50 mila come “green shoe” per stabilizzare l’andamento del titolo in un periodo successivo all’ingresso in Borsa.

Il risultato dell’offerta e le successive mosse cambiano il contesto della quotazione. Era stato previsto il collocamento fino a 703 milioni di azioni per un drenaggio finanziario stimato tra i 560 e i 700 milioni: ne sono arrivati 350. Era contemplato che Fintecna cedesse poco più di 100 mila azioni: in considerazione del riscontro non brillante dell’Ipo, questo non avverrà. Era messo in preventivo che la quota di controllo Fintecna sarebbe scesa fino al 55%: invece si manterrà decisamente più alta attorno al 65%. L’azienda non ha ancora i conti precisi ma il flottante dovrebbe aggirarsi tra il 30 e il 35%.

Ormai è chiaro che, a fronte di una buona risposta da parte dei piccoli risparmiatori tale da alzare la quota del “retail” al 30% rispetto all’originario 20%, sono invece mancati in parte all’appello gli investitori istituzionali, cui era destinato l’80% dell’offerta. Il “road show” internazionale tra Nord America e Vecchio Continente non si è rivelato sufficiente per smuovere i gestori dei grandi capitali. Un concerto di fattori ha probabilmente frenato equity statunitensi e fondi sovrani. Uno degli alibi è il sovraffollamento delle offerte, quasi tutte di natura finanziaria: l’aumento di capitale di Monte dei Paschi e di Carige più o meno in contemporanea con il collocamento di Fineco. Tutte operazioni più ghiotte rispetto a un titolo industriale come Fincantieri, che, “last but not least”, prometteva di non distribuire dividendi per tre anni, che lasciava il controllo alla mano pubblica, che non concedeva agli acquirenti quote superiori al 5%.

Alle annotazioni di carattere finanziario si aggiungono quelle che concernono business e gestione Fincantieri. L’azienda non è di facile pilotaggio: 20 mila addetti, 21 cantieri distribuiti in una decina di Paesi, mercati di nicchia soggetti a una forte ciclicità. E’ la ragione per la quale l’a.d. Giuseppe Bono ha sempre insistito sulla necessità di diversificare gli ambiti produttivi, che oggi vedono alla ribalta crociere, mega-yacht, militare, offshore. A fronte di commesse e portafoglio-ordini miliardari, la marginalità, come lo stesso Bono ha ammesso presentando l’offerta in piazza Affari, è ancora modesta (poco meno di 300 milioni). Buona parte dei siti produttivi italiani è sotto-utilizzata, la controllata norvegese Vard costruisce molto ma non guadagna abbastanza perchè gli stabilimenti brasiliani - in particolare Niteròi - non hanno ancora risolto i loro problemi. Insomma, Fincantieri non è un investimento all’insegna del relax. Si poteva procrastinare il collocamento? Il momento borsistico sembrava propizio e comunque non è che in piazza Affari si possa andare ogni settimana. Si potevano allungare i tempi dell’offerta? A questo punto l’attenzione si sposta sul 3 luglio, per verificare sul campo l’umore del mercato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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