Labrosse, l’esule da Parigi “rimpatriato” in due volumi

Tradotta in francese e pubblicata su iniziativa dei discendenti del conte l’opera che Oscar de Incontrera dedicò alle vicende francesi e triestine dalla fine del ’700

Quando nel loro castello in Francia i discendenti di Giuseppe Labrosse seppero che a Trieste c’era un erudito che da tempo ormai andava studiando, come sempre con scientifico rigore e certosino ricorso alla consultazione di materiali e scritti inediti, la storia del loro avo, non esitarono a mettergli a disposizione l’intero archivio di famiglia. Si andò tessendo così un filo rosso che ha portato ora la famiglia a pubblicare, tradotta appunto dall’italiano, la monumentale opera che attorno alla figura di Labrosse si sviluppò: “Giuseppe Labrosse, conte di Pontgibaud, e gli emigrati francesi a Trieste”. Apparsa a puntate sull’Archeografo Triestino tra il 1954 e il 1964, è stata riunita a cura di Hugues de Warren in due volumi per un totale di quasi 900 pagine.

Lo studioso in questione - scomparso nel 1970 a 65 anni - era Oscar de Incontrera, che nel corso della sua vita si è dedicato a una infinita serie di ricerche - soprattutto di storia patria - uno dei cui filoni è stato proprio quello dipanato fra le vicende francesi e triestine. Un interesse, quello per i “napoleonidi a Trieste”, che de Incontrera iniziò a nutrire ragazzo, quando si aggirava fra le iscrizioni e le lapidi del colle di San Giusto. Fu così che scoprì un giorno una lapide murata all’esterno della cattedrale: un lungo epitaffio elogiativo di Labrosse, commerciante, vissuto lungamente a Trieste e qui morto nel 1824. Ma ecco, sotto quel nome si celava - come nel testo sul marmo, dettato da Domenico de Rossetti - il marchese Alberto Francesco de Moré conte di Pontgibaud, nato a Parigi nel 1754, colonnello fedele di Luigi XVI, che «dai furori della rivolta lasciò il patrio suolo e le avite sostanze per serbare immacolato l’onore, indeclinato il dovere, riparando a questa terra ospitale, aperta casa di commercio. Salì in credi e fortune l’ingegno e l’opera volgendo a Trieste...»

De Incontrera volle via via approfondire le vicende biografiche di questo illustre esule francese. E man mano che vi si inoltrava «si accorse - come ricordò Cesare Pagnini in uno scritto in onore dello studioso - che la figura dell’uomo riassumeva insieme le vicende francesi e triestine dalla Rivoluzione alla Restaurazione e faceva centro all’odissea degli emigrati». Il colonnello conte di Pontgibaud riuscì a evitare la ghigliottina riparando a Losanna e, insieme alla moglie, mise in piedi una ditta di merletti che lui stesso vendeva porta a porta. La ditta divenne presto un’industria che, associata a una banca, potè espandersi nelle principali città d’Europa e nel 1791 trasferì la direzione centrale a Trieste, nella città allora lanciata verso le grandi fortune emporiali. Nell’archivio della famiglia di Labrosse che de Incontrera negli anni successivi consultò ecco allora balzare «vivi, dai ricchi epistolari, re Gustavo IV di Svezia, i fratelli e le sorelle di Napoleone, gli ultimi compagni dell’imperatore a Sant’Elena... e molti personaggi residenti a Trieste», annotò ancora Pagnini. Personaggi, studi, ricerche che diedero corpo a uno spaccato di vita cittadina dell’epoca e di storia della nostra città di grande valenza. Molti documenti e studi sono conservati peraltro nel fondo Oscar de Incontrera, oggi all’Archivio diplomatico della Biblioteca civica. E quegli emigrati francesi a Trieste, dal 1799 a tutto l’Ottocento, le cui vicende de Incontrera ricostruì sono ora “tornati” in Francia. Racchiusi nell’azzurro della copertina di due volumi. (p.b.)

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