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Il centro massaggi era un negozio del sesso

Locale cinese smascherato in via Donadoni: la padrona sfruttava l’unica ragazza alle sue dipendenze

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Un centro massaggi posticcio, due sole donne al suo interno. Entrambe con gli occhi a mandorla. Una decisamente più giovane, presente in Italia con regolare permesso di soggiorno, che praticava massaggi che tali non erano o che per lo meno, nella stragrande maggioranza dei casi, non solo tali erano. E una ben più avanti negli anni, 47 per la precisione, H.X. le sue iniziali, che non solo le faceva fare un lavoro a sfondo smaccatamente sessuale, ma che non la pagava neppure, promettendole la paga un giorno e rinviandole il pattuito quello dopo: è stata denunciata a piede libero per sfruttamento e agevolazione della prostituzione, mentre il locale è stato messo chiaramente sotto sequestro.

Un altro esercizio commerciale in cui formalmente si offrivano massaggi cinesi e sostanzialmente si vendeva sesso, dunque, è stato smascherato l’altro giorno in città. Siamo in via Donadoni, nel centro chiamato “Taiwan” e aperto al pubblico da una manciata di mesi, poco più sopra del grande centro massaggi finto di via Gambini sequestrato non più tardi d’un mese e mezzo fa a chiusura di un’indagine mirata portata avanti dalla Squadra mobile della Questura e coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica Federico Frezza. Anche in questo caso, nel caso di via Donadoni, il ticket investigativo è lo stesso, Squadra mobile e pm Frezza. Solo che l’operazione è stata più rapida perché più contenute erano le dimensioni del centro posticcio appena sequestrato. Il periodo di “osservazione” stavolta è durato lo spazio di una decina di giorni. Ai primi sospetti la polizia ha informato il magistrato e nel locale sono finite così pure alcune telecamere nascoste. Ne è venuto fuori che, pur non avendo un grande “giro”, il centro poteva collezionare circa cinque clienti al giorno e, in realtà, lì non si vendevano quasi mai veri e propri massaggi. L’offerta era palesemente orientata verso una serie di prestazioni sessuali che, in un paio di circostanze accertate, sono sfociate financo in un rapporto completo. Logicamente, aumentando il genere di servizio, aumentava anche il costo: dai 60 euro di base si arrivava a 100.

Il patto tra padrona e sottoposta, a differenza che nella maggior parte dei casi recenti scoperti in questa città dalla “Mobile”, era sbilanciato ai livelli più beceri dalla parte della “maitresse”, che tratteneva l’intero incasso di giornata senza riconoscere la minima percentuale alla giovane che si vendeva, salvo poi prometterle uno “stipendio” di 800 euro al mese, soldi finora mai visti per intero. La ragazza ci sperava, continuava a sperarci, e così continuava a vendersi arricchendo però la sfruttatrice.

Continueranno però, ci tengono gli inquirenti che passi tale messaggio, indirizzato alla decina di centri massaggi cinesi oggi “operativi” in città, anche i controlli.(pi.ra.)

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