Roberto Capucci: «Pasolini mi disse: rompa lei il ghiaccio con la Mangano»

Venerdì il grande creatore di moda sarà all’inaugurazione della mostra sulle divise ai musei di Borgo Castello a Gorizia, sabato a Villa Manin

di Arianna Boria

Ottantaquattro anni il prossimo 2 dicembre, sessantaquattro nella moda. Ma non vuole essere chiamato stilista Roberto Capucci, l’ultimo tra i grandi fondatori del made in Italy, preferisce “inventore”, “sperimentatore”. Le sue sono sculture di tessuti rari, esplosioni di colori e di volute, intersezioni aeree di linee, che da anni frequentano i musei più importanti del mondo. Pezzi “inavvicinabili” (l’aggettivo è proprio suo...), anche se il suo sogno ancora irrealizzato è fare il prêt-à-porter, «conquistare tanta gente». Una vita tra sete rare e disegni, un ricordo per ogni donna che ha vestito. Tanti viaggi in India, il primo con una guida d’eccezione, Sonali Das Gupta, compagna di Roberto Rossellini, l’ultimo, il trentaseiesimo appena concluso, nella regione dell’Assam. E, in questi giorni, la parentesi in Friuli Venezia Giulia, per l’omaggio a due amici.

A Villa Manin ci sono gli abiti dei film di Pasolini e del costumista Danilo Donati. Che ricordo ha di loro?

«Pasolini non lo conoscevo, ma avevo letto tutto di lui, lo ammiravo profondamente. Un giorno mi telefonarono dalla produzione e mi dissero che voleva incontrarmi per i costumi di “Teorema”. Quando venne da me, ero emozionatissimo. Lui non fece il nome dell’attrice, disse solo: «Maestro, non potrà mettere i suoi capolavori, è una donna borghese». Tornò dopo due giorni con la scaletta del film e mi rivelò che era Silvana Mangano. Provai una gioia immensa: “Posso rivelarle un segreto?”, gli risposi. “Avevo due desideri nella vita, conoscere Pasolini e vestire la Mangano”. E lui: “Ogni desiderio che lei culla nel cuore con amore e con un’ambizione sua, segreta, prima o poi si avvera. Ma attenzione, perchè vengono anche i desideri nefasti...”. Diventammo amici. Nel mondo del cinema, dove c’è violenza, prepotenza, Pasolini era una persona eccezionale, educata, silenziosa».

E Donati?

«Mi chiamò Zeffirelli: “Mi devi fare un vestito per Olivia Hussey, perchè dobbiamo presentare il film “Giulietta e Romeo” alla regina Elisabetta. Mi raccomando qualcosa di semplice, di pulito, che le schiacci il petto perchè quella mangia venti cioccolate al giorno... Verrà con Danilo Donati”. Donati ci telefonò: “Quando vedete uno unto, sporco, con l’aria da salumaio, aprite perchè sono io». Era un uomo innamorato del suo lavoro, che realizzava cose che non esistevano. Prendeva la stoffa, la plissettava, la bagnava, la asciugava al sole, la plissettava di nuovo, creava una “corteccia”. Pierino Tosi era un perfezionista, lavorava con Visconti. Donati inventava, altrimenti non si divertiva. Era simpaticissimo, semplice, viveva in una casa modesta come ogni enorme artista».

“Teorema” è stato il suo unico film...

«Mi ricordo quando Pasolini mi chiamava per chiedermi come andava con i costumi. “Benissimo - gli rispondevo - ma fra me e la Mangano ci sono silenzi abissali...”. E lui: «Rompa il ghiaccio, Capucci, perchè è timida...”. Quando è successo ho scoperto in lei un essere umano meraviglioso. Al cinema perdeva tanto, nella vita c’erano i suoi silenzi, i suoi occhi enormi, sgranati, la sua educazione, la gioia di aiutare gli altri. “Teorema” mi ha crocifisso, dopo quel film non ho più accettato costumi per il cinema. Mai più si sarebbe verificata quella magica coincidenza, un regista e una donna che amavo. Io non credo che le cose si ripetano nella vita con la stessa intensità. C’è un solo amore, una sola emozione. Ringrazio dio per questo incontro».

E poi la Mangano è diventata la sua musa...

«La sogno ancora, quando disegno faccio il profilo del suo naso. E io le ho vestite tutte le dive, tranne la Lollobrigida e la Vitti, tutte. Ma la Mangano aveva una classe superiore. Non aveva origini nobili, era la figlia di un ferroviere, ma indossava un vestito da sera con la semplicità di un cardigan, e un tubino blu come una tiara regale. Mi ricordo la sua prima apparizione in sartoria, con un tailleur grigio di tweed, una borsa di coccodrillo un po’ fanè, i tacchi di sei centimetri. Aveva gambe meravigliose».

Come l’ha vestita in “Teorema”?

«Pasolini mi disse: colore solo alla fine, quando lei scopre il sesso. E le ho fatto un tailleur di lino corallo. Nelle altre scene vestiva come le mie clienti quando stavano con le amiche o giocavano a carte, per la maggior parte tailleur e bluse di chiffon e georgette».

E Marilyn Monroe?

«Non l’ho mai conosciuta. Le mandavo i colori da Milton Greene, suo fotografo e consigliere, e avevo il suo bustino. Erano abiti in georgette, sempre morbidi e aderenti. Quando è morta sono stati venduti all’asta da Sotheby’s a Londra. L’ho saputo dai giornali, altrimenti almeno due ne avrei ricomprati».

Lei ha debuttato nel luglio 1951 con Giovan Battista Giorgini, il patròn della nascita della moda italiana. È vero che gli altri non la volevano?

«Avevo circa vent’anni e appena aperto la sartoria. La mia direttrice, Maria Foschini, una signora settantenne che si occupava di alto artigianato, partì per conoscere Giorgini e mostrargli i miei disegni. Gli piacquero molto, ma non poteva farmi un invito ufficiale, dimostravo quattordici anni, nessuno mi conosceva. Allora mi propose di vestire sua moglie e le sue figlie per il ricevimento conclusivo delle sfilate, nella sua residenza, Villa Torrigiani, e di fare cinque tableau, abiti diversi che lui avrebbe messo in giardino, illuminandoli con un effetto sorpresa. Ma una mannequin lo disse a Schuberth, lui si arrabbiò molto e mi bloccò».

Un disastro.

«Piangevo come una pecora, avevo finito i soldi. “Venga, che nella vita si aggiusta tutto”, mi disse Giorgini. E io andai alla festa con un piacere speciale, di cosa proibita. Tutti i giornali parlarono di me, scrisse la Fallaci, e il giorno dopo esposi nella terrazza della villa e cominciai subito a vendere. Ma quella proibizione mi segnò: da allora ho imparato a non farmi coinvolgere completamente nelle cose, a non inalberarmi per la gloria, a distaccarmi da questo mondo».

Ci racconti delle sue dive. La prima, Isa Miranda.

«Dolcissima, carina, morta quasi in miseria».

Clara Calamai.

«Spavalda, sicura di sè, mi guardava e rideva, spettinata, con i capelli arruffati. Era dirompente, ma in confronto alle veline di oggi, un’educanda».

Elisa Cegani.

«La compagna di Blasetti. Non bella ma di enorme classe».

Doris Duranti.

«Una vamp».

Perchè no la Lollo e la Vitti?

«La Lollobrigida non è il mio genere, nè io il suo. Dovevo vestire la Vitti ne “Le amiche”, ma poi la produzione non aveva soldi. Peccato, la trovo affascinante, ambigua».

Una vanità di Rita Levi Montalcini, che ha ricevuto il Nobel in Capucci?

«Non voleva l’abito con quel po’ di coda. “Mi inciampo”, mi diceva. Poi mi chiamò per raccontarmi che la regina di Svezia le aveva fatto i complimenti. Le ho disegnato quarantasette vestiti, l’ultimo a cent’anni. Alla fine, quello del Nobel me l’ha regalato per la Fondazione. Era pazza di gioia quando in televisione dissero che le scienziate vestono male e che solo la Montalcini era elegante. Una volta mi chiese un vestito per un ricevimento al Quirinale: “Professoressa, in sei giorni non ce la faccio, metta l’ultimo”. E lei: “No, me l’hanno già visto”.».

Su Capucci stanno facendo ben tre film...

«Il primo è di Ottavio Rosati, in via di conclusione. Ha l’esclusiva fino a fine anno. “Che esagerazione, in tutto quel tempo fai la Bibbia”, gli ho detto. Il secondo lo sta organizzando Amalia Carandini, il terzo lo vuole fare Pappi Corsicato. E pensare che il mio lavoro mi ha rovinato la vita, è venuto sempre prima di tutto, prima della mia vita privata. Quando disegno sono narcotizzato, faccio mattina».

Qualche giovane stilista le piace?

«Tanti, ma non ricordo i nomi. Mi piacciono soprattutto i giapponesi, che hanno linee pulite, eleganti. Ci sono anche italiani che stanno uscendo, sono contento. Io ho fatto il passato. Tocca a loro».

@boria_a

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