Gaultier, lo stilista che fece di sua nonna una musa

Al Barbican di Londra una grande mostra sull’enfant terrible dell’alta moda: provocazione, vitalità e molta auto-ironia

LONDRA. Che si sia appassionati di moda o meno, la mostra di Jean Paul Gualtier, “The Fashion World of Jean Paul Gaultier - From the sidewalk to the Catwalk”, inaugurata lo scorso 9 aprile al Barbican di Londra, lascia il segno. In esposizione ci sono non solo i 165 pezzi che tracciano quarant’anni di lavoro dello stilista. È la sua esuberante e gioiosa personalità a emergere. Non a caso, Gaultier, sin dal suo debutto all’inizio degli anni ’70, è stato definito l’enfant terrible per la sua attitudine sperimentale e giocosa, in totale contrapposizione con l’establishment dell’alta moda. Con i suoi abiti-scultura provocatori ma minuziosamenti eseguiti, è davvero uno dei pochi che si possono ancora considerare veri artigiani del lusso. Amato da star della musica, prima tra tutti Madonna, e del cinema, come il regista spagnolo Almodovar.

Parigino di nascita, ma con un amore viscerale per Londra, inizia la sua carriera come assistente di Jean Patou e Pierre Cardin. Nonostante i famosi mentori, però, non proviene da rinomate scuole di moda. È un autodidatta. I suoi primi esperimenti sono collezioni di abiti che crea due volte all’anno per suo personale diletto e per quello della nonna materna, Marie. Quest’ultima, sua prima musa, sin dalla tenera età lo inizia alla vita mondana degli anni’ 60, alle riviste di moda e alle prime pellicole trasmesse sul piccolo schermo.

È la televisione di quegli anni, infatti, il primo spunto dal quale Gaultier trae ispirazione. Stimoli, questi, che influenzeranno notevolmente il suo immaginario visivo, tanto da trasformarlo in un entusiasta creatore di abiti di scena, nonchè attore, grazie a una breve parentesi nel programma inglese Eurotrash, in onda negli anni ’90. Il suo gusto non convenzionale, soprattutto se consideriamo che sfila sotto la bandiera dell’alta moda, non lascia indifferenti: provocazione e maestria d’esecuzione.

L’energia creativa e l’autoironia sono il motore dello stilista, e l’esibizione del Barbican è perfettamente riuscita a rappresentarle. Gaultier stesso ha voluto che la mostra fosse qualcosa di vivo: «Ho sempre pensato che le cose che vengono presentate in un museo appartenessero ad artisti del passato, che non fossero più in vita. Ed io non sono ancora morto», ha detto in una recente intervista.

Vita, vitalità e gaiezza percorrono le otto sezioni che compongono la retrospettiva. Si percepisce il lato curioso, divertito e impertinente di Gaultier, che ha voluto manichini vivi, parlanti e - in alcuni casi - cantanti, grazie a proiezioni di espressioni facciali, canzoni o discorsi.

C’è anche lui nella prima sala, in un manichino vestito della sua iconica t-shirt bretone a righe blu su sfondo bianco e pantaloni bianchi da marinaio. Accoglie i visitatori come un vero padrone di casa, e invita a perdersi nelle sale successive senza un ordine prestabilito. Subito dopo, ci si immerge nel “Punk Cancan”. È qui che avviene la celebrazione del punk Diy (do it yourself, fatto da sè) francese, d’ispirazione anglosassone. Enormi parrucche punk, incorniciano ogni sua creazione. Sullo sfondo, pareti interamente ricoperte da graffiti. È tra questo punk fatto di bustini intrecciati di denim con borchie incrostate di perline e paillette cucite a mano, o di abiti da sera con strascico in tartan o in tessuto camuflage, che ci si imbatte persino in una sfilata improvvisata - una decina di manichini che si susseguono in una piattaforma rotante - con tanto di sedie per assistere all’evento.

Altrettanto suggestivo è lo spazio “Muses” dedicato alle muse che hanno incarnato l’ideale di bellezza di Gaultier. Nato da una famiglia “umile ma aperta mentalmente”, lo stilista si è sempre contraddistinto per la preferenza verso canoni estetici diversi. «Designer anticonformista cerca modelle inusuali - bellezze convenzionali si astengano», recita infatti uno dei suoi famosi annunci in un noto quotidiano parigino, ripreso in mostra accanto a foto di Frida Khelfa, la prima modella di origini nordafricane, e a modelle tatuate, rasate, formose o con piercing.

Dentro “Boudoir” si possono ammirare i suoi abiti-corsetto, tra cui i due indossati da Madonna nel 1990, nel Blond Ambiton World tour, ma è “Urban Jungle” che lascia davvero impressionati. Qui la natura viene celebrata in tutto il suo splendore con corsetti intrecciati in piume e bustini di microperline, che ricostruiscono le sembianze di ghepardi, pappagalli e animali esotici.

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