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L’INTERVISTA L’icona newyorchese della cucina italiana non insegna in patria

Lidia Bastianich racconta la sua vita da Pola alla Big Apple «Sarei presuntuosa se pensassi di dare lezioni a voi...»

3 minuti di lettura

INVIATO A CIVIDALE. Una vita in una chiacchierata. Perchè Lidia Bastianich è così. Franca e diretta. Sempre. L’educazione, l’imprinting anglosassone, non sono riusciti a scalfirne le radici. Istriane fino al midollo. Triestine, anche, se è vero che con i figli Joe e Tania la lingua franca di casa è proprio il triestino. Sfizia capire come un esule polesana, partendo da zero, sia riuscita a diventare un’icona della cucina italiana negli Stati Uniti e, ora, complice la tv, anche in Italia. È una storia di volontà, di ambizione. Di vocazione, anche. Perchè Lidia, fin da quando seguiva i corsi scolastici dalle Suore Canossiane a Trieste, si era sempre ritagliata un suo ruolo particolare in cucina. «Mi facevano tagliare le patate, le mele, le verdure, quel che capitava. Una buona palestra». E poi, prima, la nonna, amatissima, che le faceva condividere la cucina e le insegnava i suoi piccoli segreti. E, dopo, appena quattordicenne, frequentava la pasticceria del padre dell’attore Cristopher Walken, di cui è tuttora amica, rubando con gli occhi il mestiere e esibendosi ogni tanto, in segreto, nella preparazione di dolcetti.

Non credete, però, a una predestinata. La Bastianich è una di carattere. Prima di “arrendersi” alla sua vocazione naturale ha seguito gli studi fino alla laurea in Scienze alla Hunter di New York, «che mi è servita anche per capire tante cose delle preparazioni e degli abbinamenti». In seguito, ha bruciato le tappe. Madre, giovanissima, di Joe e Tania, moglie di Felice, altro istriano di Albona trovato, per uno dei rari casi della storia, nella Grande Mela, alla fine ha aperto il primo dei suoi locali a Forest Hills, sobborghi di New York, “Buonavia”.

Da allora un successo continuo, concretizzatosi in “Felidia”, sintesi felice dei nomi Felice e Lidia e locale che ha spiazzato da subito i severi critici neworchesi, abituati a una cucina “fusion” italoamericana e non certo ai fusi con la gallina istriani. Il resto è una storia di successo. Da qualsiasi latitudine la si voglia guardare.

Signora Bastianich, partiamo dagli inizi. Essere esule ad appena nove anni non deve essere stato il massimo.

Il vero problema, in realtà, è stato partire con mia madre e mio fratello da Pola ma senza mio padre. Gli yugoslavi non lasciavano partire l’intero nucleo familiare, avevano paura che nessuno tornasse.

E poi cos’è successo?

Mio padre è scappato, di notte, è entrato in Italia sopra Muggia e si è ricongiunto a noi. Abbiamo passato due anni dentro la Risiera. Un’esperienza triste ma che mi ha fatto crescere molto. Ho capito da lì, dalle file, l’importanza del cibo, la grande valenza di condividerlo con gli altri.

Avrà anche dei ricordi negativi.

Non mi piaceva, mi atterriva, quando ci spogliavano nudi per lavarci, dividevano le mamme coi bambini dagli altri maschi, padri compresi. Ma, lo ripeto, è stata un’esperienza molto formativa.

E dopo?

Mia madre era un’insegnante di scuola, è andata a servizio in via Rossetti, nella villa della famiglia Leonori, che, anzi, avrei piacere di ritrovare. Ma non poteva andare avanti così, il lavoro latitava, e allora abbiamo scelto...

... il Nuovo Mondo.

Esatto. Siamo partiti in aereo, scalo a Rejkjavik, in Islanda. Non parlavamo inglese, non sapevamo niente di cosa ci attendeva. A New York ci hanno piazzati per due mesi in un albergo. Per me e mio fratello era un gioco. Peggiorato quando abbiamo avuto la certezza che non si sarebbe ritornati indietro.

Poi la vostra vita è cambiata. Lei ha studiato, ha incontrato Felice, ha aperto il primo ristorante...

Sì, ho bruciato le tappe. Il “Buonavia” è andato subito bene. La gente non era abituata a quel tipo di cucina ma la apprezzava. Ne è seguito il secondo e poi l’approdo a Manhattan, con “Felidia”.

E il successo.

Sì, indubbiamente. Bisogna capire, la cucina italo-americana era, è un’altra cosa. Noi abbiamo portato la cucina del territorio, seppure con le difficoltà dell’epoca a importare le materie prime. Ma la gente ha capito e apprezzato. Subito.

Ed è arrivata la tv.

Appunto. Ero stata, da ospite, in un programma. Me ne hanno offerto subito uno tutto mio, “Cooking with Lidia”. Da allora successi a ripetizione e persino un Emmy, l’Oscar della televisione. Adesso abbiamo una società di produzione, mi aiuta mia figlia Tania.

E Joe? È così burbero come appare a MasterChef?

No. Joe è dolce, tenero. Magari va all’attacco per nascondere la sua timidezza di fondo.

Ma è vero che da piccolo era robusto perchè doveva assaggiare tutti i suoi piatti?

Mmmh, può essere. Del resto viveva in cucina, aveva tutto sotto mano. Magari assaggiava dei piatti fuori dai pasti...

E Lidia Bastianiche cosa ama mangiare?

Piatti basici. Molte verdure, insalata di bruscandoli, frittata di asparagi, minestre di tutti i tipi. E se deve essere pasta, una aglio, olio, peperoncino, alla quale magari aggiungo degli scampi freschi.

I suoi programmi e i suoi libri non sono tradotti né importati in Italia: come mai?

Una mia scelta. Io sono cresciuta in America, mi sembrerebbe presuntuoso voler insegnare qualcosa agli italiani della loro cucina. Anche se giro l’Italia regolarmente, in tutte le regioni, per imparare tutte le tipicità locali.

Ha costruito una vigna e ora un ristorante con camere in Friuli. Pensa di espandersi anche in altre parti in Italia?

Mai dire mai, ma al momento non so, siamo concentrati sull’Orsone. Abbiamo un cuoco di Madrid e una cuoca coreana, uno staff eccellente targato Fvg. È, assieme, la nostra casa e il nostro progetto principale del momento.

E Trieste?

La adoro. Ed è un sentimento che condivido con Joe, con Tania, con i miei nipoti. È una città bellissima. Me la ricordo quand’ero giovane, vibrante, viva, vitale in Ponterosso e ovunque. Ci ritorniamo sempre tutti con estremo piacere.

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