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Trieste, in mostra il genocidio degli italiani di Crimea

Inaugurata la rassegna che a Palazzo Gopcevich racconta il dramma della comunità che nel 1942 subì la deportazione

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Una storia dimenticata e al contempo sconosciuta. Una vicenda che parla di una comunità, quella degli italiani di Crimea, spazzata via dalla deportazione nei gulag del Kazakistan: una pulizia etnica che riguardò circa duemila persone, ma che è stata ignorata dai libri di storia ed è caduta nell'oblio. Ora ciò che accadde rivive attraverso le immagini, le foto d'epoca e le testimonianze contenute nella mostra inaugurata ieri nella sala Selva di Palazzo Gopcevich e intitolata “Gli italiani di Crimea. Il genocidio dimenticato”. Una storia lontana nel tempo - datata gennaio 1942 - ma tornata di stretta attualità a causa del momento di grande tensione che si sta vivendo tra Russia e Ucraina e che rischia di sfociare in una guerra da evitare a tutti i costi.

«Il significato di questa mostra è triplice», spiega Stefano Mensurati, vicedirettore del Giornale radio Rai e co-curatore della mostra insieme a Giulia Giacchetti Boico, presidente dell'associazione Cerkio che riunisce gli italiani di Crimea sopravvissuti alla deportazione e i loro discendenti: «Da una parte far conoscere una storia dimenticata, dall'altra raccogliere dei fondi per la comunità italiana in Crimea che oggi può contare su circa 300 persone. Da ultimo, sensibilizzare su questa vicenda le istituzioni e il mondo politico che non sono mai stati capaci di seguire con la giusta attenzione queste vicende».

Ma c'è un anello di congiunzione che lega queste storie ed è rappresentato proprio da Trieste: se infatti gli italiani che si stabilirono in Crimea erano per lo più originari della Puglia, quelli che poi lasciarono quelle terre prima della repressione, dopo che si erano perfettamente integrati nel tessuto locale, sono sbarcati proprio nella nostra città. Ancora oggi sono più di una ventina le famiglie e i loro discendenti che vivono a Trieste: un centinaio di persone, tra cui anche Margherita Leconte, una dei 12 sopravvissuti alla deportazione tuttora in vita. «Sono arrivata a Trieste che avevo appena dieci mesi - racconta Angelina Di Pierro, nata a Kerc -. Sono stata fortunata perché le mie cugine sono state deportate in Siberia: si tratta di un pezzo di storia della mia famiglia che ho assorbito dai loro racconti e che porterò sempre dentro di me anche se non sono mai ritornata a visitare in quei luoghi».

Maria Cassenelli, nata a Trieste, ha voluto invece tornare in quella che fu la casa dei suoi genitori: «È accaduto dieci anni fa perché volevo toccare con mano le mie radici - spiega -. Fino ad allora avevo potuto sentire solo dei racconti che mi parlavano di una vita serena e tranquilla cambiata all’improvviso, quando i miei hanno dovuto lasciare la loro casa e i loro affetti». C'è anche chi si occupa di tenere i contatti tra tutte le famiglie che adesso vivono in città: «Sono nato a Trani e sono arrivato a Trieste pochi mesi dopo - racconta Antonio Vescia Mezzina -. Ci teniamo a conservare i ricordi e le storie che fanno parte della nostra vita: l'unico rammarico che ho è quello di non essere mai andato in Crimea: ci ho pensato più volte ma adesso è meglio tenersi alla larga da quelle terre».

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