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Muggia, allarme amianto In 470 nel “registro esposti”

Già venti casi di malattia fra gli ex lavoratori dei cantieri navali dell’Alto Adriatico Contaminate perfino le mogli degli operai che lavavano le tute intrise di fibre

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MUGGIA. Esattamente 470 muggesani sono gli iscritti al registro esposti all'amianto nella provincia di Trieste, pari al 7,9% degli iscritti nel territorio triestino. La maggior parte dei casi rientra nell'ambito professionale, molti però sono anche legati a contaminazione di tipo ambientale e domestica. Nei soli Cantieri Alto Adriatico dei 754 lavoratori impiegati dal 1974 al 1981, 20 sono andati incontro a malattia entro il 2007.

Queste sono solo alcune delle cifre e delle informazioni emerse durante il convegno “Muggia e la sua storia: il problema amianto e le sue conseguenze” organizzato nella sala convegni del Centro culturale “Gastone Millo” dal Coordinamento problemi amianto di Muggia capeggiato da Gianni Menegazzi. Decine di persone degli ex stabilimenti quali Alto Adriatico e Grandi Motori hanno preso parte all'appuntamento durante il quale diversi relatori hanno portato le loro testimonianze sull'amianto.

Illuminante da questo punto di vista la relazione del dottor Valentino Patussi dell'Azienda sanitaria triestina N.1 che ha inquadrato le casistiche di contatto con l'amianto.

A Muggia l'impiego dell'amianto nella cantieristica navale ha riguardato Cantiere Felszegi, Navalgiuliano e Cantieri Alto Adriatico. I lavoratori sono entrati in contatto con questo materiale tramite coppelle, corde, nastri, amianto applicato con tecnica a spruzzo, tele come protezione contro il calore, polvere da impasto per coibentazione di condotte di vapore, di gas di scarico di motori e di generatori di vapore. Ma anche pannelli antincendio per le pareti d’arredamento (marinite, navilite), materassini per l’isolamento di flange di tubazioni e fogli di amianto pressato per la fabbricazione di guarnizioni per l’accoppiamento di tubazioni.

Per quanto riguarda l'impiego dell'amianto nella cantieristica della costruzione di motori navali alla Grandi Motori Trieste diverse le aree coinvolte. Nell'officina carpenteria - zona rivestimenti termici, l'amianto era presente nell'isolamento termico dei collettori di scarico e di tubi della nafta dei motori a 2 e a 4 tempi con amianto in nastri, corda, calza, tessuto e pani. Nell'officina piccola e media meccanica invece coinvolti il reparto trattamento termici - zona metallo bianco con amianto in corda e cartone per guarnizioni di tenuta, in cartoni di vario spessore come ripari contro il calore, in tessuto per guanti di protezione anticalore. Nella zona trattamenti termici preliminari e finali invece l'asbeto si trovava nel tessuto per guanti, infine nel reparto di metalizzazione gli operai sono venuto a contatto con l'amianto in cartone per appoggio di pezzi roventi, in tessuto per la protezione di quadri elettrici e pareti dell’area di lavorazione. Non è rimasta esente nemmeno l'officina montaggio e prova motori di produzione: applicazione di collettori di carburante e di scarico ai motori già isolati con amianto coperto di stagnola, con taglio del rivestimento isolante da parte del personale sia dell’officina montaggio che del premontaggio, isolamento con tessuto in amianto blu per collettori di scarico provvisori dei motori in prova, teli d’amianto impiegati da saldatori e carpentieri per operazioni a caldo. E al temine delle prove motori, le grandi guarnizioni in amianto di tenuta di flange, semibruciate, venivano asportate con un raschietto manuale e aria compressa. Contaminata anche la sala prove dei motori sperimentali.

Diverse naturalmente le modalità di esposizione. Nel cosiddetto tipo attivo si trattava di manipolazione di minerale d’amianto o dei suoi prodotti, nel tipo "passivo" era legata ad un inquinamento da fibre aerodisperse prodotto da altre maestranze che manipolavano e lavoravano l’amianto o i suoi prodotti, in spazi ristretti e in mancanza di adeguata aerazione.

Da non dimenticare poi quella ancora più tragica e paradossale, che ha interessato di riflesso anche le mogli dei lavoratori, ossia quella domestica, attraverso gli abiti da lavoro contaminati che le donne lavavano estiravano.

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