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Amianto, la Procura di Trieste indaga sulla morte di venti portuali

La onlus Eara: «Tra il 1960 e il 1996 transitate per lo scalo 650mila tonnellate». Studio epidemiologico dell’Azienda sanitaria, riscontrate violazioni alla sicurezza. Il pm Chergia ha nominato i periti

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La Procura sta indagando su venti portuali morti per mesotelioma alla pleura innescato quasi certamente dall’esposizione all’amianto che arrivava in gran quantità con le navi nello scalo triestino tra gli Anni Sessanta e gli Anni Novanta. Il fascicolo è stato aperto dal sostituto procuratore Maddalena Chergia, che recentemente ha commissionato le perizie legali a professionisti di prestigio nazionale, dopo aver ricevuto il voluminosissimo dossier dell’indagine epidemiologica svolta dal Dipartimento di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Azienda sanitaria diretto da Valentino Patussi. Un’indagine che si è protratta per oltre due anni e alla quale hanno lavorato tre esperti a tempo pieno circoscrivendo l’epoca dei trasporti di amianto, e ricostruendo le condizioni in cui i lavoratori si trovavano a operare, gli organigrammi della Compagnia portuale nei diversi decenni, i compiti affidati ai singoli soci e riesaminando i contenitori in cui il minerale killer era contenuto e gli spostamenti ai quali doveva essere sottoposto. Per venti casi che hanno portato poi alla morte dei lavoratori in questione (il mesotelioma ha spesso un tempo d’incubazione addirittura di una quarantina d’anni) sarebbero state riscontrate da parte dell’Azienda sanitaria violazioni normative alla sicurezza sul lavoro.

L’esistenza del fascicolo in Procura, che ha come possibile sbocco anche una serie di richieste di rinvio a giudizio, viene alla luce pressoché in concomitanza con la drammatica confessione dell’uomo forse più rappresentativo del lavoro in porto negli anni “incriminati”: Paolo Hikel “console”, come si diceva allora, della Compagnia portuale allorché questa raggiunse il suo massimo sviluppo, per la precisione nel 1977, arrivando a contare 1.818 soci e 50 dipendenti. «Sono stato da poco operato di mesotelioma - denuncia Hikel, della cui attività riferiamo anche nel riquadro - e non ho dubbi sul fatto che la causa sia stata tutto l’amianto che ho maneggiato in porto, ma ho anche pochi dubbi sui motivi del decesso di 78, ripeto 78 lavoratori della Compagnia di bordo che se ne sono andati negli ultimi decenni». «Attraverso il porto di Trieste - denuncia Roberto Fonda della onlus European asbestos risks association (Eara) - sono transitate, tra il 1960 e il 1996, 650mila tonnellate di amianto e in particolare il più micidiale, quello blu».

La legge italiana sull’amianto del 1992 ha introdotto anche benefici consistenti sostanzialmente in una rivalutazione contributiva del 50% ai fini pensionistici dei periodi lavorativi comportanti un'esposizione al minerale nocivo che ha interessato anche molti portuali. Nel 2001 la Compagnia dovette vendere la Casa del lavoratore portuale di piazza duca degli Abruzzi soprattutto per far fronte al pagamento di circa 8 miliardi di lire per pagare il Tfr a 115 soci andati in pensione anticipata a seguito di questi benefici. Ma dopo i casi che riguardano Fincantieri, la ex Grandi Motori e quello diverso della Ferriera per la prima volte le cause penali per l’amianto entrano anche in porto.

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