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Monika Bulaj, un Afghanistan di luce e lacrime

La fotografa racconta il lungo viaggio dal confine iraniano a quello cinese nel suo libro “Nur” pubblicato da Electa

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Lo sport nazionale degli afghani è il buskashì tagiko, gioco del polo con la carcassa di una capra senza testa al posto della palla. Si potrebbe anche intendere come metafora dell’Afghanistan, quella carcassa «che passa di mano in mano in un gioco senza regole». Che cosa sappiamo noi di questo paese che occupiamo militarmente da 10 anni?

Sola, con la sua Leica e un taccuino in mano, avevamo lasciato Monika Bulaj al Salone degli Incanti, con le grida dei bazar che accompagnavano le sue immagini dai vividi colori afghani. E ora ci racconta ancora la vera luce afghana nel libro-reportage “Nur. La luce nascosta dell’Afghanistan” (Electa, 2013, pgg. 256, euro 39).

A bordo di bus, taxi, camion, a dorso di cavalli e yak la coraggiosa fotografa ha percorso chilometri, dal confine iraniano a quello cinese, dando voce ai protagonisti di una parte dell’Asia dimenticata, attraverso brevi e intensi appunti, ma soprattutto le sue emozionanti foto. In compagnia di personaggi con cui ha condiviso tutto. Ha scoperto il velo di quegli stereotipi occidentali in un Afghanistan che invece si rivela anche, ma purtroppo non solo, la patria del sufismo e di un Islam non violento.

Ha incontrato fra i tanti, nel Tagikistan, l’ingegnere che, prima dell’invasione dell’Urss del ’79, ha analizzato la geomorfologia dell’Afghanistan per conto dei russi. Già interprete in prima linea della guerra sovietica, definisce l’attuale conflitto tra le fazioni talebane “una guerra per cadaveri”. «L’ingegnere - dice la Bulaj - ha mani forti, belle. Di mani così ci si può fidare».

Da queste parti la cartina geografica, disegnata da Stalin, è complicata. Tra le baracche degli ultimi russi spunta Natalka, che ha preferito rimanere qui piuttosto che tornare in patria, dove la gente non è più gentile come un tempo.

Monika riporta poi una nota, tra le tante cose tristi: «Quando muore un bambino la madre dà al successivo il nome di “lupo”». Sono cose che non possiamo interpretare, come non sappiamo comprendere perché Urodina, del Tagikistan del nord, detta “la bruttina”, sia dovuta scappare, dopo averlo lasciato, dal marito ubriacone che potrebbe ucciderla, riuscendo a portare con sé solo il bambino minore. È la terra dove la donna è oppressa dal tribalismo e l’oppio risulta l’unico rimedio dei bisognosi.

Esiste anche il paradosso: l’incontro fugace ai piedi del “Ponte dell’Amicizia” con madre e figlia, vestite all’occidentale, che viaggiano con una Mercedes nera da Tashkent a Mazar – i Sharif.

La sorpresa cresce quando la Bulaj, ora a Kabul, viene investita dalle lacrime di una bambina e dalla gioia delle donne che, scoprendola una cristiana amante dell’Islam, cercano in lei la benedizione, perché è un ospite e si è fidata. A un certo punto lei però scappa e a inseguirla e a mostrarle la dinamite intorno al suo bacino, è una donna-kamikaze.

Poco dopo però c’è l’impatto con l’Afghanistan esilarante: un barbiere le racconta di aver impersonato in un film Osama Bin Laden. La paura sta scivolando via, ma il tragitto è ancora lungo. Tutte queste e tante altre sono le storie di cui va in cerca Monika Bulaj: «Di taumaturghi erranti, di nomadi e di storie di donne», di coloro che sono deboli. Il suo reportage è luce abbacinante di paesaggi e volti impenetrabili che trasmettono fascino e tristezza.

Il viaggio della Bulaj è anche scrittura delicata, d’introspezione, che accompagna il suo peregrinare alla ricerca di cos’è l’Afghanistan.

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