Incontro in mare a Trieste con squalo di 4 metri: un “tigre”?

È passato vicino a un pescatore subacque che si era immerso nei paraggi della Diga Rizzo Esperti allertati: sarebbe la prima volta che arriva fin qui

«Ero fuori dalla Diga Rizzo a pesca, la mia professione, ma di prede neppure l’ombra. Poi ho capito perché: un grande squalo mi è passato vicino». Inizia così il racconto di Walter Indrigo, subacqueo, che martedì mattina è stato co-protagonista di un incontro ravvicinato “del terzo tipo”.

«Non ho avuto paura ma una scossa di adrenalina certo sì - ricorda -: ho avuto anche la prontezza di scattare una foto, prima che l’animale si dileguasse». Ora quella foto sta facendo il giro di mezzo mondo, inoltrata dagli esperti del Museo di storia naturale di Trieste ai colleghi fino in India e in Australia, per determinare di quale squalo si fosse trattato. Perché, sulle prime, Indrigo era propenso a credere fosse uno squalo bianco, tra i più temuti, immortalato (anche con grandi scorrettezze) in varie pellicole cinematografiche, di circa 4 metri di lunghezza. A mente fredda il pescatore si è ricreduto ma comunque è scattata, ed è ancora in corso, una “caccia” internazionale, quella alla specie del pesce individuato nel Golfo.

«Gli squali - sottolinea Nicola Bressi, dello stesso museo comunale - si riconosco principalmente dalle pinne, dai denti e dalla punta del muso. Ora nella foto mancano le pinne e anche l’estremità anteriore: difficile dare giudizi. Ci siamo consultati prima tra noi, quindi abbiamo attivato i nostri colleghi ittiologi, sia del Mediterraneo che d’India e Australia poiché se ad esempio di fosse trattato di uno squalo tigre sarebbe, per l’Adriatico, una “prima assoluta” e uno dei pochissimi avvistamenti nei quadranti italiani. Uno solo il precedente, nelle acque antistanti Messina».

L’apertura, avvenuta invero già nel 1869, del Canale di Suez e il ben più recente ma devastante surriscaldamento dei mari conseguente l’inquinamento hanno da tempo consentito l’ingresso e la sopravvivenza nel Mediterraneo di specie non indigene, chiamate lessepsiane, dal nome del realizzatore francese del Canale. È il caso della cernia arancione, tipica dei mari caldi ma che resiste anche nel Mediterraneo.

Gli specialisti vorrebbero contattare il pescatore per potere avere altri dettagli, magari di secondaria importanza ma che potrebbero svelare il mistero dello squalo. Intanto attendono i pareri richiesti agli scienziati stranieri. In altri casi analoghi capitati nel Golfo si era sempre riusciti a individuare la specie di appartenenza dell’animale.

«Possiamo escludere - precisano gli esperti del museo - che si tratti di un esemplare della specie mako, che arriva al massimo ai 4 metri citati dal sub: questi hanno i denti che fuoriescono un po’, e nella foto questo particolare è assente. Anche la colorazione della testa non aiuta a determinare gran chè. Non si tratterebbe neppure di verdesca. Potrebbe essersi trattato di uno squalo smeriglio grigio o del citato tigre, un esemplare in questo caso piuttosto giovane date le dimensioni, una specie abbastanza aggressivo». Ma in merito gli specialisti triestini lanciano un avvertimento: non bisogna cadere nella psicosi o temere troppo questi animali.

«Gli attacchi agli esseri umani - dichiara Bressi - sono da considerarsi errori di caccia da parte degli squali, le cui prede più ambite sono tonni e foche. I più a rischio, ad ogni modo e non nei nostri mari, sono i surfisti poichè la forma affusolata dell’attrezzo sportivo e la sua velocità possono trarre in inganno gli squali, portati a scambiare l’uomo e la sua tavola per una ghiotta preda». D’altra parte lo squalo della Diga Rizzo con gli esseri umani ha già avuto un incontro ravvicinato, che stava per portarlo alla morte. Il pesce presenta infatti una grossa cicatrice dietro il labbro inferiore, tipica dell’animale incappato nelle reti di una tonnara o in una lenza: un pericolo mortale, contro il quale ha lottato riuscendo, alla fine, a farcela.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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