«Ferriera, 83 morti a causa di tumore in 13 anni»

Secondo l’inchiesta avviata dal pm Tripani gli operai monitorati sarebbero stati uccisi dalle polveri e dall’amianto. Presto gli avvisi

Uccisi dalle polveri e uccisi dall’amianto. Sono 83 gli operai della Ferriera morti a causa di tumori dal 2000 in poi. L’inchiesta del pm Matteo Tripani è parallela e sincrona a quella del procuratore Federico Frezza in cui è stato evidenziato il nesso causale tra l’esposizione al benzene e agli idrocarburi e l’insorgenza di neoplasie. E in cui sono emersi - nero su bianco - dati eloquenti e drammatici proprio tra l’esposizione a benzene e idrocarburi cui è stato soggetto chi ha prestato servizio nello stabilimento di Servola anche per meno di un anno. Ma qui i numeri della morte vanno oltre.

Ci sono i nomi, le storie, i drammi. Perché i dati indicano che almeno cinque operai all’anno se ne sono andati uccisi da terribili malattie contratte ipoteticamente a causa del loro lavoro avvenuto a Servola. Si è passati insomma ai nomi delle vittime, arrivando a concretizzare storie terribili fatte anche di speranze di gente uccisa giorno dopo giorno, nella cokeria o nell’altoforno. I primi morti sono stati attorno al 2000, gli ultimi nei mesi scorsi.

Nell’indagine che è in corso - al momento il fascicolo per omicidio colposo è senza indagati - è stata sostanzialmente ricostruita la carriera lavorativa di ognuna delle 83 vittime. Dalla data di assunzione ai reparti di lavoro con le malattie segnalate al medico. E poi analisi e ricoveri per tutta la vita. Una sorta di fotografia che si è estesa in certi casi anche dopo il momento del pensionamento.

La lente è puntata su Servola e su determinati ambienti di lavoro. Al momento non sono stati ancora inviati avvisi di garanzia ma l’indagine nel giro di qualche mese dovrebbe concludersi con una raffica di rinvii a giudizio. I primi processi potrebbero essere celebrati già fra un anno.

Non si può dimenticare che il rischio tumore era stato evidenziato già qualche mese fa nell’indagine epidemiologica effettuata dal Dipartimento di prevenzione dell’Ass per conto dello stesso pm Tripani. In quell’occasione è emerso che per i lavoratori della Ferriera la probabilità di ammalarsi (e in certi casi di morire) di un tumore ai polmoni o ai bronchi è del 50 per cento superiore al resto della popolazione. Per effettuare questa ricerca gli esperti dell’Azienda sanitaria avevano preso in esame sia i dati dell’Inps che quelli dell’Inail e li hanno incrociati, nome dopo nome, con quelli dei dipendenti che si sono succeduti nello stabilimento di Servola. Ma hanno anche rapportato la loro analisi sul numero di giorni di lavoro nella Ferriera.

In pratica l’analisi statistica, che ha poi dato risultati allarmanti, ha tenuto conto pure dei periodi di presenza e di assenza dal lavoro del singolo dipendente. È evidente infatti che un operaio che ha lavorato per pochi anni ha avuto meno probabilità di ammalarsi di tumore ai polmoni di un collega che a Servola ci è rimasto per tutta la vita fino alla pensione.

E adesso - nel nuovo fascicolo - si è arrivati ai nomi delle 83 vittime correlati alle singole malattie e alla loro evoluzione. Questo è insomma accaduto dopo il primo capitolo dell’indagine epidemiologica che ha evidenziato quello che giuridicamente è definito il fumus. È stato un fondamentate passo avanti per risalire anche alle responsabilità di chi sapeva e non ha fatto nulla per evitarlo.

È in questa direzione che puntano le indagini del pm Matteo Tripani. Si è scavato insomma nelle viscere della Ferriera come mai era accaduto prima per far capire a questa gente che non è sola.

La prima volta che la Procura aveva affrontato questo argomento è stata nel 2007 in una relazione dei consulenti tecnici del pm Federico Frezza, all’epoca titolare dell’inchiesta Ferriera. «Netto effetto proliferativo delle condizioni di coltura standard delle cellule»: le parole scritte nero su bianco erano comparse nel mese di giugno di quell’anno in un documento dei consulenti tecnici del pm Federico Frezza firmata dal dottor Pierluigi Barbieri e dal collega Ranieri Urbani dell’Università di Trieste. E poi i dati tecnici: «Si rileva che dopo un’unica somministrazione del particolato si ha sia un’accelerazione della crescita del tumore, che perturbazioni del ciclo cellulare nelle cellule normali, con una tendenza a una crescita incontrollata. Sono in corso test di mutagenesi su linee batteriche selezionate e standardizzate che evidenziano sostanze capaci, sia come tali che come precursori di altre ancora più attive, di provocare danni di diversa natura al Dna».

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