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Fabrizio Talia: la moda vintage

Il giovane stilista calabrese lanciato nel 2003 da Its ha lavorato con Galliano, Moschino D&G e ora crea pezzi unici reinventando il passato

4 minuti di lettura

di Arianna Boria

Della sua moda dice: «Non è concepita per il mercato, ma per appagare me stesso». Nasce così, nel 2009, la prima collezione (es)*Artisanal firmata da Fabrizio Talia, giovane stilista calabrese lanciato nel 2003 da “Its”, edizione in cui vinse uno dei premi più importanti e da cui partì per un lungo apprendistato in brand internazionali. Trieste lo ha scoperto e poi è diventata parte della sua griffe. Qui, infatti, Fabrizio ha conosciuto un altro finalista del concorso, il cappellaio Justin Smith, vincitore nel 2007: un’amicizia diventata nel tempo scambio ed energia creativa. Al centro di quello che Talia chiama il suo “mestiere” di “artigiano”, un ideale femminile al di fuori di qualsiasi connotazione temporale, una donna iconica, dalla bellezza “siderale” - come intitolò appunto la collezione nel 2009 - che gli piace vestire reinventando tagli e linee di pezzi ritrovati nel proprio archivio o scovati nei mercatini dell’usato. Haute couture che nasce da collage con un’anima vintage e una silhouette contemporanea. «Quella prima collezione - racconta Fabrizio - non è stata mai prodotta nè venduta. Ho regalato alcuni pezzi a persone che la potessero rappresentare, che ne incarnassero lo spirito: Rossella Jardini, direttore creativo di Moschino, la critica d’arte Caroline Corbetta...».

Fare pezzi unici: ci vuole coraggio o incoscienza?

«Entrambi, davvero. E bisogna lavorare quattro volte tanto per non sporcare il principio da cui si è partiti, per non cadere nel cliquè. Oggi siamo tutti star della nostra vita, si è tanto più “cool” quanto più si appare, mentre per me è impossibile parlare di un progetto senza parlare dell’idea, del pensiero che c’è dietro. Mi piace sperimentare, reinterpretare, creare capi che abbiano un aspetto familiare e siano invece del tutto trasformati. Ho scelto di lavorare con una sarta che è stata per quarantasei anni nella maison di Capucci. Ci crede? Non aveva più voglia di tramandare il mestiere a una generazione di giovani che si sentono designer appena usciti dalla scuola, ma non fanno altro che affiancarsi a un trend che determina il successo del prodotto».

Lei ha cominciato con Galliano. Cosa le ha insegnato?

«Tutto quello che la scuola non ha fatto, è stato il più grande mecenate che ho incontrato».

E si è arrabbiato molto quando l’hanno cacciato da Dior per quelle frasi antisemite...

«Questa bagarre razziale è tutta una fandonia. Nel team di Galliano c’era gente di ogni parte del mondo e non ho mai assistito a un isterismo, a una parola scortese o di troppo. Galliano riconosceva i nostri sacrifici di stagisti e ci incoraggiava, ci spingeva a una libertà scevra dai preconcetti del mercato. Dubito che in un qualsiasi ufficio stile oggi potrei essere altrettanto libero di esprimermi».

Eppure le abbiamo sentite tutti le sue parole...

«Abbiamo sentito quello che hanno scelto di farci sentire. Galliano aveva perso un anno prima il suo braccio destro, con cui aveva lavorato per vent’anni da Dior, un uomo morto in casa, solo, e trovato dopo tre giorni. Si vedeva che era sotto l’effetto di alcol e psicofarmaci, ed era appena stato pesantemente insultato per la sua omosessualità. Non sposo la teoria del complotto, ma sfido chiunque a non reagire in una situazione simile. Lui ha sempre parlato al mondo tutt’altro linguaggio che quello razzista. Ma nessuno ha speso una parola per salvarlo, forse, anzi, la sua dipartita era più che opportuna per interrompere un rapporto di lavoro...».

Lei sembra piuttosto critico verso il mondo della moda...

«Ci vivo da quindici anni dentro e molte volte ho trovato atteggiamenti che perdono di vista i rapporti umani, ho assistito a scenate, a umiliazioni gratuite. Io stesso ne ho subìte e non voglio più espormi come parte consenziente di questo sistema. Facciamo un lavoro che dovrebbe parlare per noi, mentre oggi “sei” quanto più dimostri di apparire. Uno sforzo immane, un altro lavoro. Ho scelto di defilarmi, come hanno fatto gli stilisti della scuola giapponese o di quella belga, come Margiela».

Cavalli invece?

«È stato il primo banco di prova: lavoravo con le sarte e realizzavo quello che concepivo mentalmente».

Moschino e Dolce&Gabbana?

«Da Moschino sono stato felice, lavoravo come in famiglia. Dolce&Gabbana è stato il primo scontro con la realtà industriale. Non sono contrario, intendiamoci, ho fatto anch’io un progetto con Oviesse: dico solo che ha tolto molta poesia. C’è differenza tra fare un prodotto e raccontare una storia, come McQueen, come Galliano, come, in Italia, fa Prada, che porta la moda su un altro emisfero, sposando una filosofia e un concetto legato a una stagione. Infatti, della collezione si capisce molto di più sentendola raccontare da lei, che vedendola sfilare».

I suoi abiti invece come nascono?

«Aspetto che ci sia qualcosa a parlarmi. Ora, per esempio, sto lavorando su una giacca che avevo nell’armadio da moltissimo tempo. Ho iniziato a scucirla, a “customizzarla”, cioè a reinterpretarla e a personalizzarla con una nuova silhouette. Nella mia moda c’è una matrice vintage che mi piace vivificare, “rimixare”, però intervenendo direttamente sul capo. Lo faccio anche con le pellicce, che amo molto pur odiando il concetto che c’è dietro. Allora le acquisto nei mercatini e le rimetto a nuovo, faccio girare qualcosa che esiste con una diversa allure».

Che cosa significa (es)* Artisanal?

«Es, materializzazione di un’idea astratta, in senso socratico. “Artisanal” che c’è un impegno artigianale in primis dell’autore».

Lei è calabrese come Versace. Che cosa le piace e non le piace di questo brand?

«Mi piace Gianni, la sua bellezza poetica, la sua capacità di esaltare la figura femminile e di creare un genere di donna che non avesse paura di aver coscienza del proprio corpo. Non mi piace quello che è diventato il brand: capisco che ci sia voluto tempo per riappropriarsi del dna, ma ha permesso ad altri di arricchirsi saccheggiando il suo archivio. Ci sono marchi nuovissimi che lo copiano in modo “letterale”, tentando solo di occupare quella fetta di mercato».

Come sarà la sua prossima collezione?

«È ancora un progetto, ma penso a capispalla reinterpretati, per la stagione invernale».

I suoi capi, su che donna li vede?

«Perchè fare una scelta? Collaboro con Simonetta Gianfelici, top model e talent scout, che è stata la musa di Mugler, di Helmut Newton e che ha appena compiuto cinquant’anni. Mi chiedono: perchè un marchio giovane guarda a una figura così “datata”? Ma la bellezza è questione di atteggiamento, di sguardo, anche di accettazione del fascino della propria età. Parlo a donne che non sono schiave di un’identità da disegnarsi addosso, ma possono mettere qualsiasi cosa restando sempre presenti a quello che indossano».

Che cosa non le piace della moda?

«Vorrei escludere la terribile competitività e la cattiveria di fondo. In molte maison vige la politica del terrore. Mancano team leader che sappiano motivare i collaboratori e creare una “fidelizzazione”, come invece è capitato a me da Moschino. Rossella Jardini sapeva che non l’avrei mai tradita, perchè mi aveva guadagnato alla sua causa. Altrove non c’è questo sentimento di “crescere” le persone, piuttosto si tende a scaricarle velocemente, tanto si sa che se ne troveranno altre».

@boria_A

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