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La soprintendente Picchione indagata per abuso d’ufficio

Inchiesta della Procura di Trieste sulle autorizzazioni edilizie negate dalla massima dirigente regionale

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TRIESTE. Gli stop alle autorizzazioni imposti dalla sovrintendente regionale Maria Giulia Picchione sono finiti sotto la lente della procura. Il blitz è scattato ieri mattina per ordine del pm Federico Frezza. Sono state acquisite dai poliziotti sette pratiche bocciate dalla sovrintendente: una serie di dinieghi che hanno bloccato i relativi lavori e che sono poi diventati oggetto di altrettante sentenze del Tar.

Il reato ipotizzato è abuso d’ufficio: l’ipotesi del pm è che ciò che può essere definito come eccessivo rigore nelle autorizzazioni, possa avere appunto rilevanza penale. Insomma non sarebbe solo una mera procedura amministrativa definita in una sentenza del Tar riguardante un singolo procedimento come «intollerabile forma di arroganza». Da qui l’iscrizione nel registro degli indagati del nome di Maria Giulia Picchione.

«Non ne sono al corrente. La sovrintendente fa il suo dovere e il Tar dà torto o ragione», ha risposto secca Maria Giulia Picchione che ieri era a Roma al ministero per partecipare a un corso per dirigenti dello Stato. Ha aggiunto: «I procedimenti hanno un responsabile. Il sovrintendente firma solo l’atto finale. Se la procura ha ritenuto... Noi facciamo comunque il nostro lavoro».

Le sentenze del Tar relative alle pratiche finite sotto la lente del pm Frezza sono quelle della “Sp 12 srl”, di “Giampietro Del Piero” del “Castello di Buttrio” della “Sp 10 srl”, della “Opera costruzioni srl”, della “Cierre srl” infine di “Amilcare Berti”. Alcune avevano riguardato il permesso di installazione di pannelli fotovoltaici. L’inchiesta del pm Frezza è stata avviata in silenzio nello scorso mese di marzo. Poi il fascicolo del pm è stato integrato da un corposo esposto a firma di Valerio Pontarolo, presidente regionale dell’Ance, che in gennaio era stato presentato alla procura dela Corte dei conti e poi trasmesso a quella ordinaria. Nell’esposto si parla di «sistematica adozione di provvedimenti di diniego che hanno reso impossibile l’investimento privato progettato». Si rappresenta in particolare «l’effetto dannoso per l’intero sistema economico regionale dopo l’assunzione di responsabilità apicale da parte dell’architetto Picchione».

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